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Perché uno si ammala e l’altro no?

 

Quando un bambino comincia a frequentare scuole e asili si inaugura la stagione dei malanni perpetui. La frequentazione delle comunità implica infatti un’esposizione continua a infezioni respiratorie ricorrenti, che spesso si susseguono senza tregua per gran parte dell’anno scolastico, da ottobre a marzo. E tra un’influenza e un raffreddore, i genitori si chiedono se “è normale che il bimbo sia sempre malato” o se sia necessario prendere dei provvedimenti e ovviamente quali strategie mettere in atto.

«Gli episodi infettivi a cui un bambino va incontro dopo un primo confronto con l’ambiente esterno sono assolutamente normali e rientrano nella storia di ogni individuo», rassicura il dottor Piercarlo Salari, pediatra di consultorio a Milano e Vigevano.

Ma perché i bambini si ammalano così spesso? «Per un insieme di ragioni. Innanzitutto per una maggiore suscettibilità alle infezioni, che riguarda il 5-15% dei piccoli: il loro organismo è ancora immaturo dal punto di vista delle difese immunitarie, e la continua esposizione, tipica degli ambienti come scuole e asili, a una grande varietà di patogeni contribuisce a svolgere un’azione depressiva sul loro sistema difensivo.
Per quanto riguarda in particolare l’orecchio va ricordato che fino ai 2 anni d’età l’assetto anatomico non ha ancora raggiunto un buon livello di maturazione funzionale, trovandosi sullo stesso piano delle fosse nasali, e risultando così esposto a fenomeni di reflusso di secrezioni. Da qui il facile impianto di microrganismi. I sistemi di drenaggio del muco sono inoltre meno efficienti e ne facilitano il ristagno, e il riflesso della tosse è meno efficace: questo si traduce in una minore capacità di smaltimento del muco che, ristagnando e accumulandosi, può diventare un buon terreno di coltura per eventuali batteri.

Poi ci sono altri elementi da tenere in considerazione, secondari ma non meno importanti: le condizioni igieniche di vita; l’esposizione al fumo passivo (che riduce l’attività dei macrofagi, particolari globuli bianchi che aggrediscono fisicamente i microrganismi, e aumenta la reattività bronchiale); il numero di conviventi; condizioni igienico-ambientali precarie (per esempio famiglie numerose, abitazioni in stato non ottimale, per esempio con infiltrazioni di umidità); la residenza in città (gli inquinanti ambientali e il particolato fine, per esempio, hanno un effetto irritante sulle mucose respiratorie) e alcuni agenti domestici, come per esempio il riscaldamento e la scarsa ventilazione degli alloggi (l’aria secca, oltre a irritare le vie aeree, promuove il deposito di goccioline di saliva infette e la concentrazione dei patogeni)».

La concomitanza di tutti questi fattori (ambientali, costituzionali, anatomo-funzionali) può spiegare perché alcuni bambini sono sempre ammalati mentre altri stanno sempre bene?  «In parte sì», risponde il dottor Salari. «Ma il fatto che alcuni bambini siano più soggetti, rispetto ad altri, ad ammalarsi, si spiega soprattutto con una diversa capacità, da parte dell’organismo, di reagire all’attacco dei microrganismi responsabili delle infezioni. In pratica alcuni bambini sono in grado di reagire più prontamente alle aggressioni esterne rispetto ad altri, e questo si traduce in una minore incidenza delle infezioni.
Ma si tratta semplicemente di diversità costituzionali e si parla comunque di soggetti “sani”. Ben diverse sono quelle situazioni in cui sono presenti delle patologie di base (alterazioni congenite delle vie aeree, fibrosi cistica, immunodeficienze congenite o acquisite, fibrosi cistica) che determinano un reale calo delle difese e che meritano un trattamento a parte».

Un bambino che si ammala spesso quindi non è da considerarsi “debole”, nel senso di immunodepresso? «In genere no, ma spetta al medico valutare la frequenza, l’entità e la durata delle infezioni per capire se sono necessarie indagini di approfondimento sulla funzione immunitaria», continua il pediatra. «In linea di massima il campanello d’allarme è un’infezione che dura più del solito (7-10 giorni), con ripresentarsi della febbre e riprecipitarsi della situazione senza soluzione di continuità.
I criteri  per distinguere una situazione di normalità da una potenzialmente allarmante sono: la durata della malattia, il numero di episodi infettivi e le complicanze: per esempio, una bronchite può evolversi in polmonite e un’otite può portare a problemi all’udito. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, non ci si deve allarmare se un bambino reduce da una malattia infettiva particolarmente impegnativa per il sistema difensivo, come la varicella o il morbillo, cada poco dopo vittima di un’infezione respiratoria, in quanto si trova in una condizione transitoria di immunodepressione. Ma in breve tempo le sue capacità di difesa riprenderanno a funzionare correttamente. Se questo non succede e al contrario il bambino va incontro a continue ricadute, potremmo essere di fronte a una condizione che deve essere opportunamente indagata».  

Tenere il bambino lontano dalle comunità, e quindi da potenziali elementi di contagio, può servire a rafforzarlo e a evitare le malattie? «No.», risponde il dottor Salari. «È vero che un precoce inserimento in comunità aumenta del 50% l’incidenza attesa di infezioni, ma è altrettanto innegabile, per esempio, che un bimbo che ha fratellini più grandi è ugualmente esposto al rischio di infezioni anche senza l’inserimento in comunità.
Sfatiamo il mito della “campana di vetro”: se un bimbo viene iperprotetto e tenuto lontano da fonti microbiche nella convinzione che non si ammali, rimane per così dire “vergine” dal punto di vista immunologico e, appena entrato in comunità, presenterà quasi inevitabilmente una maggiore suscettibilità alle infezioni».

 

a cura di Roberta Camisasca
16 giugno 2008

 

 

 

Si ringrazia Dermaser per aver messo a disposizione i suoi consulenti per la
realizzazione di questo Speciale.

Giugno 2008

 

Le infezioni nei bambini

Le infezioni della pelle

 
 

Prima parte
LE INFEZIONI RESPIRATORIE



Seconda parte
LE INFEZIONI DELLA PELLE


 


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