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Vaccinare la donna in gravidanza protegge il neonato dall’influenza

Somministrare il vaccino antinfluenzale a donne in gravidanza riduce la probabilità che i neonati con età inferiore a 6 mesi contraggano il virus dell’influenza e altre malattie dell’apparato respiratorio.
Queste le conclusioni degli esperti in seguito a uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine che ha coinvolto 340 donne al terzo mese di gestazione, tutte residenti nell’area geografica del Bangladesh, caratterizzata da una presenza di virus influenzali costante e non legata alle stagioni. Tutte le donne dopo essere state vaccinate contro il virus dell’influenza o contro lo pneumococco, responsabile dei più comuni disturbi delle vie respiratorie, sono state seguite dopo il parto, fino al sesto mese di vita del neonato. I risultati delle osservazioni hanno dimostrato che in effetti la vaccinazione effettuata alla madre durante la gravidanza estende il suo effetto protettivo anche sul bambino.
Oltre a consigliare, come già accade da diversi anni, la vaccinazione antinfluenzale per bambini dai 6 ai 23 mesi, gli esperti suggeriscono quindi che la vaccinazione della donna in dolce attesa come soluzione per salvaguardare la salute del bambino fino a 6 mesi di età, momento in cui potrà essere vaccinato direttamente.

Fonte: New England Journal of Medicine, 9 ottobre 2008; 359(15):1555-64

Malattie cardiovascolari: la prevenzione in un test genetico

Secondo le stime del National Institute for Health and Clinical Excellence (Nice) in Gran Bretagna 1 persona su 500 sarebbe a rischio di morte prematura per malattie cardiovascolari, poiché affetta da ipercolesterolemia, ovvero un alto livello di colesterolo nell’organismo causato da una mutazione genetica ereditaria.
Evitare queste morti premature è possibile solo individuando tutti i soggetti a rischio per poterne modificare lo stile di vita in funzione della prevenzione contro ictus e infarti. Questa è la ragione per cui, nelle linee guida redatte dal Nice, viene fortemente raccomandato ai medici britannici di prescrivere a tutti i soggetti con storie famigliari di malattie cardiovascolari, un test genetico che permetta di individuare la mutazione che provoca l’ipercolesterolemia.
Il test è particolarmente auspicabile per i bambini che, nel caso risultino essere soggetti a rischio possono assumere farmaci a base di statine, sostanze che inibiscono la sintesi del colesterolo da poco disponibili anche per l’uso in età pediatrica e, insieme a una dieta sana e una totale esclusione del fumo a partire dall’adolescenza, ridurre notevolmente il rischio di incorrere in ictus o infarti.

Fonte: Sanità News, 28 luglio 2008Torna all'inizio

Bimbi: vista a rischio senza occhiali da sole

Con l’arrivo dell’estate e le giornate trascorse in mare o in piscina la preoccupazione maggiore delle mamme è quella di proteggere i bambini dai raggi solari con creme ad alto fattore di protezione e cercando di evitare le ore più calde del giorno.
Tuttavia quello che i genitori spesso dimenticano è che anche gli occhi dei bambini dovrebbero essere riparati dall’azione dannosa dei raggi solari.
Per il 66,8% dei bimbi italiani tra i 4 e i 10 anni che non portano occhiali da sole i rischi di danni alla vista sono molto elevati; a questa età infatti gli occhi lasciano penetrare una quantità di luce maggiore rispetto a quelli degli adulti, avendo però un potere filtrante inferiore. Questo significa che i raggi ultravioletti colpiscono maggiormente gli occhi dei piccoli, provocando col tempo un invecchiamento precoce del cristallino e, di conseguenza, disturbi futuri alla vista.
È bene dunque che i genitori abituino i bambini ad indossare occhiali da sole e cappellino con visiera per una protezione totale dai raggi solari, scegliendo per i loro occhiali adatti, con lenti di qualità, infrangibili e certificate per la protezione dai raggi UV.

Fonte: Adnkronos Salute, 21/07/2008Torna all'inizio

Educazione sessuale: più efficace se inizia dall’infanzia

Secondo Family Planning Association e Brook, due associazioni britanniche senza scopo di lucro, l’educazione sessuale dovrebbe essere inserita come materia obbligatoria già nelle scuole dell’infanzia, perché già a 4 anni i bambini possono apprendere le basi per un futuro comportamento sessuale coscienzioso e sicuro. Secondo gli esperti molti adolescenti si avvicinano alle prime esperienze sessuali solo per capire esattamente di cosa si tratti; sarebbe quindi la curiosità a spingere i giovani nelle prime scelte in fatto di sesso, e non l’attrazione o i sentimenti. Per scardinare questa impostazione errata del modo di vivere il sesso e le relazioni interpersonali è necessario quindi cominciare a educare i bambini già in tenera età, insegnando loro, passo per passo, non solo i rischi ma anche il valore dell’atto sessuale. I dati mostrano in effetti che una precoce educazione sessuale induce a posticipare l’età del primo rapporto sessuale e ad affrontarlo in modo più responsabile, adottando le precauzioni necessarie; questo è il motivo per cui nell’Irlanda del Nord i bambini sono tenuti a seguire i corsi di educazione sessuale erogati dalle scuole.

Fonte: AGI Salute, 04 luglio 2008Torna all'inizio

Per le creme solari nuove etichette più veritiere.

Arriva direttamente dall’Unione nazionale dei consumatori l’avviso per ricordare agli amanti della tintarella che quest’anno le creme solari cambiano l’etichetta, conformandosi alle norme stabilite dalla Commissione europea nel 2006. Le nuove direttive vietano la dicitura “protezione totale” sulla confezione, perché se è vero che i filtri solari proteggono dalle scottature, causate per lo più dai raggi UVB, essi non sono in grado di riparare del tutto la nostra pelle dagli effetti dei raggi ultravioletti, sia di tipo A che di tipo B. Il fattore di protezione del solare verrà quindi definito dalle voci “elevato”, “molto elevato”, “medio” o “basso”, per non trarre in inganno i consumatori, convinti di essere totalmente al riparo dal precoce invecchiamento della pelle causato dai raggi solari.

Fonte: Adnkronos, 27 giugno 2008Torna all'inizio

Obesità infantile: la prevenzione inizia in gravidanza.

Controllare il peso corporeo in gravidanza potrebbe non riguardare più solo la salute della donna ma anche quella futura del bambino. Sono state condotte alcune ricerche volte a dimostrare l’esistenza di una correlazione tra l’eccessivo aumento del peso della donna in gravidanza e un maggiore rischio di obesità per il bambino fin dall’età di 7 anni; i risultati preliminari dovranno essere confermati da ulteriori studi, ma se l’ipotesi dovesse rivelarsi corretta, una dieta equilibrata e il controllo del peso durante la gestazione potrebbero diventare non solo una buona norma ma anche un importante fattore di prevenzione contro l’obesità infantile.

Fonte: American Journal of Clinical Nutrition 2008Torna all'inizio

Più acido folico contro le malformazioni fetali. Nasce una iniziativa coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità.

Una corretta assunzione di acido folico in gravidanza, e nel periodo antecedente il concepimento, può ridurre notevolmente, fino al 30-50%, l'incidenza delle malformazioni congenite nel nascituro. Gli studi lo confermano e proprio per promuovere la prevenzione tra le donne in attesa di un figlio, e' nato oggi a Roma, presso l'Istituto superiore di Sanità (ISS), il Network italiano promozione Acido folico - per la prevenzione primaria dei difetti congeniti. Il Network e' coordinato dal Centro Nazionale Malattie Rare dell'ISS e avrà sede nello stesso Centro. Ne fanno parte circa 80 tra università e associazioni, tra le quali anche la Federazione nazionale dei Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta. Vari i progetti già presentati e che mirano a estendere l'informazione e incentivare la prevenzione tra le donne. ''Numerosi studi - ha sottolineato la responsabile del Centro nazionale Malattie Rare dell'ISS e membro del comitato promotore del Network, Domenica Taruscio - hanno evidenziato come l'assunzione di acido folico nel periodo periconcezionale, che va cioè da 1-3 mesi prima del concepimento a 3 mesi dopo il concepimento, sia assolutamente raccomandabile al fine di ridurre l'incidenza di malformazioni congenite e tutelare, perciò, la nascita di bambini sani''. Da qui l'idea di dar vita ad un Network per promuovere l'impiego dell'acido folico: ''E' infatti fondamentale - ha rilevato Taruscio - che questa informazione raggiunga tutte le donne in età fertile'. Secondo gli esperti dunque, che hanno messo a punto una Bozza di raccomandazione sull'argomento, e' necessario assicurare che l'organismo materno riceva un adeguato apporto di acido folico durante e prima della gravidanza. Come? Innanzitutto attraverso una corretta alimentazione, che preveda un consumo abbondante di frutta e verdura. Raccomandata, poi, anche l'assunzione di compresse vitaminiche con acido folico. L'indicazione dei medici per le donne in gravidanza e prima, infatti, e' quella di assumere almeno 0,4 mg di acido folico al giorno, oltre a una buona dieta. Una misura preventiva che, affermano, ogni anno permetterebbe di prevenire dal 10% al 30% delle malformazioni nei nascituri (l'incidenza sale al 50% nel caso dei difetti del tubo neurale). In Italia, però, l'impiego dell'acido folico non e' ancora così diffuso come in altri paesi. Negli Usa, in Canada e in Cile, ad esempio, avvertono gli esperti, ''e' obbligatoria la fortificazione con acido folico degli alimenti più comuni per garantire a tutte le donne in età fertile un maggior apporto e in questi stessi Paesi, ed in altri ancora, varie organizzazioni raccomandano una supplementazione con acido folico a tutte le donne in età fertile che non escludono la possibilità di una gravidanza''. Risultato: proprio in Usa, Canada e Cile, concludono i ricercatori, sono state raccolte evidenze di un decremento dei difetti del tubo neurale attribuibile a questa semplice e non costosa azione preventiva.

Ansa Salute, 4 maggio 2004Torna all'inizio

In gravidanza, meglio abolire del tutto gli alcolici. Il consiglio viene dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Un bicchiere di vino ai pasti fa bene alla salute? Non per le donne in gravidanza che non dovrebbero bere assolutamente alcolici perché, almeno allo stato attuale delle conoscenze, non si sa quali potrebbero essere i danni per il nascituro. Il suggerimento, che ha l'autorevolezza dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, arriva da Mauro Ceccanti, responsabile del Centro di Riferimento Regionale delle Patologie e delle Problematiche Alcol-Correlate del Dipartimento di Medicina Clinica Università La Sapienza di Roma. Ceccanti denuncia per l'Italia, nonostante 6 italiane su 10 consumino alcol anche in moderate quantità, la marcata disinformazione su un tema, quello della Sindrome Feto Alcolica (FAS), oggi molto sentito in altri paesi come negli Stati Uniti. E proprio in collaborazione con gli Usa, anticipa Ceccanti, e' da poco iniziato uno studio per stimare in media la percentuale di bambini italiani colpiti da FAS, tra i nuovi nati nella Penisola. I risultati preliminari sono previsti per Giugno e, aggiunge l'esperto, al momento i dati raccolti non sembrano per niente incoraggianti perché indicherebbero uno scenario ancora più cupo rispetto a quello statunitense, in cui si contano da 0.5 a 3 nuovi nati con FAS ogni mille nascite. La FAS e' una sindrome che interessa bambini che hanno vissuto nella 'pancia' di mamme consumatrici di alcol e può distinguersi in due forme, completa o parziale in proporzione alla quantità di alcol consumata. Prima a essere considerati a rischio erano soprattutto i bambini di alcoliste o forti bevitrici che hanno un'alta probabilita' di sviluppare FAS completa. Ma ora lo scenario e' cambiato radicalmente perché in recenti studi americani e' emerso che anche chi non ha problemi con l'alcol e si limita a uno o due bicchieri quotidiani, può dare alla luce bimbi con disturbi psicofisici e neurologici, sintomi tipici della FAS. Anzi la FAS parziale e' ancora più subdola perché, nascondendosi dietro deficit di attenzione, disturbi dell'apprendimento, iperattivita', e' difficile da diagnosticare, anche a causa di carenza di personale e strutture preparati a farlo che, dichiara Ceccanti, dovrebbero essere soprattutto nelle scuole dell'obbligo in modo da poter iniziare un percorso di recupero con tempestività per il bambino, con terapie farmacologiche e psicologiche. Lo studio Italo-Americano, in collaborazione con il National Institute of Alchol Abuse and Alcholism, ha per ora arruolato 550 bimbi delle scuole elementari nel Lazio che sono sottoposti a misure antropometriche, come altezza e peso, e a test psicologici i cui risultati verranno affiancati a quelli di questionari rivolti alle loro maestre, per individuare comportamenti sospetti, e alle mamme, nonché a ulteriori informazioni che escludano altri fattori di rischio. Questo studio darà le prime stime italiane per l'incidenza della FAS, riferisce Ceccanti precisando che, se ci allineassimo con quelle Usa avremmo, su 600 mila nuovi nati ogni anno, 900 con FAS completa e 1800 con FAS parziale. Ma i dati preliminari già adesso dicono che in Italia i numeri sono più elevati, ribadisce Ceccanti. Per ora non si conoscono le cause che legano un moderato consumo di alcol in gravidanza alla comparsa di FAS, ne' si può dire perché ciò avvenga solo per alcune donne. Ma e' probabile che queste differenze siano riconducibili a diversità individuali nel metabolismo dell'alcol che poi va a danneggiare in misura diversa il cervello fetale. Nel nostro paese mancano informazione ai cittadini e carenza di centri di ascolto nelle scuole. Le istituzioni, osserva Ceccanti, dovrebbero occuparsi non solo dei giovani alla guida ma anche sorvegliare i 'messaggi di salute' che spesso si accompagnano a certi prodotti, sostenuti da ricerche con improbabile valore scientifico. Come già avviene per i farmaci bisognerebbe controllare e filtrare questi messaggi. ''Basti pensare - conclude l'esperto - che in America ma non da noi sugli alcolici, anche sulle bottiglie italiane, ci sono etichette chiare sui rischi per la donna che consumi alcol in gravidanza''.

Ansa Salute, 23 aprile 2004Torna all'inizio