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Fumo in gravidanza: problemi cardiovascolari per il bambino
Una ricerca condotta a Utrecht, dallo Julius Center for Health Sciences and Primary Care dell’University Medical Center, ha rivelato che il fumo dei genitori può portare già a cinque anni problemi cardiovascolari al bambino.
I ricercatori olandesi hanno osservato 259 bambini sottoponendoli alla Cimt, l’ecografia della carotide, con il risultato che l’arteria carotidea dei figli delle mamme fumatrici era più rigida del 15% rispetto a quella dei bambini che non avevano la mamma fumatrice ed era anche più spessa di 19 micron.
Fra i bambini che avevano tutti e due i genitori fumatori, le conseguenze sono risultate ancora più gravi: l’inspessimento è risultato doppio e la rigidità al 21%.
Questo il commento dei ricercatori: «Il nostro studio dimostra che l’esposizione al fumo di tabacco durante la gestazione ha effetti strutturali e funzionali sulle pareti vascolari dei bambini».La ricerca olandese è stata pubblicata su Pediatrics.
Fonte:
Sanità News, 28 dicembre 2011
Cordone ombelicale: più tardi si taglia, più ferro rimane al bambino
Una ricerca svedese conferma quello che molti reparti di ostetricia già stanno facendo, aspettando a tagliare il cordone ombelicale per non privare il neonato del ferro del sangue della madre.
Nel corso dello studio è stato analizzato il sangue di 400 bambini, nati a termine e normalmente; a una parte di loro è stato reciso il cordone immediatamente dopo la nascita, non oltre i 10 secondi, agli altri si è aspettato fino a tre minuti.
Al compimento dei quattro mesi, da medici che ignoravano i tempi del taglio del cordone è stato eseguito di nuovo l’esame del sangue ai bambini, da cui è risultato che quelli che erano rimasti attaccati alla madre per un tempo più lungo, pesavano di più e avevano una sideropenia (carenza di ferro) minore rispetto agli altri; presentavano anche un’alta concentrazione di ferritina (una proteina che consente l’accumulo del ferro).
Non si sono registrate invece differenze rilevanti fra i due gruppi per quello che riguarda l’anemia, né per la funzionalità respiratoria subito dopo la nascita, né per il ricorso alla fototerapia (bagni di luce in incubatrice) a causa dell’ittero, ma i bambini che erano stati staccati prima degli altri, presentavano quasi tutti sideropenia.
Il responsabile del Centro Scienze della Natalità del San Raffaele di Milano, Claudio Brigante, osserva: «Aspettare qualche minuto è una prassi ormai comune nelle sale parto.
Questo studio conferma i risultati già riportati da precedenti lavori: nel 2009 una metanalisi della Cochrane Library concludeva che la clampatura (taglio del cordone) tardiva non aumenta il rischio di emorragia post partum, dando invece il significativo vantaggio di incrementare la ferritina neonatale; una review precedente, sempre della Cochrane Library, ha evidenziato che nel neonato pretermine riduce significativamente la necessità di trasfusione e la frequenza di emorragia intraventricolare.
L’unico svantaggio potrebbe essere una maggiore incidenza di ittero neonatale».
La ricerca è stata condotta da un team dell’Università di Uppsala-Umeå ed è stata pubblicata sul British Medical Journal.
Fonte:
corriere.it, 27 dicembre 2011
Parti cesarei: troppi e troppo spesso poco sicuri
La relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta sugli Errori in Campo Sanitario, presentata alla Camera alcuni giorni fa, fotografa una situazione allarmante che riguarda il numero di parti cesarei effettuati in Italia e l’incidenza di errori sanitari che riguardano episodi legati al parto: 104 su 500 quelli segnalati. Il numero di parti cesarei è in crescita, siamo arrivati a una media del 35,4%, nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandi di non superare il 15%; è basso invece il livello di sicurezza, soprattutto al Sud, tanto che cresce il numero di denunce contro il personale sanitario per lesioni e omicidio colposo.
L’analisi della Commissione è stata condotta su un campione di 344 punti nascita su 570 presenti sul territorio e ha evidenziato una spaccatura fra Nord e Sud anche sul numero di cesarei: dal 29,5% del Veneto, al 52,9% della Sicilia. Se ne eseguono di più nelle cliniche rispetto alle strutture private: oltre la metà nelle prime, il 50,5%, contro il 36% degli ospedali. La maggior parte dei punti nascita (il 72%) sono piccoli e praticano “…Un numero di parti ritenuto troppo basso per garantire gli standard di sicurezza previsti dall’Oms”; in queste strutture il ginecologo effettua circa 4,7 parti al mese, poco più di uno alla settimana, solo nel 9,7% dei casi è praticata l’analgesia e solo nel 9,5% dei casi è presente la terapia intensiva neonatale.
La sicurezza, in queste condizioni, è fortemente a rischio, lo dimostrano i 104 presunti casi di malasanità su 500 all’esame della Commissione d’Inchiesta, per episodi legati alla gravidanza o al parto, l’80% dei quali ha avuto come esito la morte del neonato o della madre; anche in questo caso si evidenziano i problemi del Sud, perché la metà delle segnalazioni arrivano da due regioni, Calabria e Sicilia, rispettivamente con 32 e 20 segnalazioni.
Renato Balduzzi, ministro della Salute ha commentato: «È assolutamente intollerabile il divario sul territorio per il ricorso ai cesarei; si passa dal 23% del Friuli al 62% della Campania. E senza che un maggiore ricorso al parto cesareo porti a un miglioramento degli esiti clinici».
Leoluca Orlando, presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sugli Errori in Campo Sanitario ha sottolineato: «Va combattuto un vizio diffuso: quello di privilegiare il ‘nascere sotto casa’ alla valutazione, invece, delle condizioni di massima sicurezza che la struttura può garantire. Un ‘vizio’ che non fa l’interesse dei cittadini ma risponde, piuttosto, a logiche clientelari o elettorali».
Fonte:
repubblica.it, 22 dicembre 2011
Parti: in Italia oltre un terzo è cesareo
L’analisi dei questionari elaborati per verificare gli aspetti tecnico-organizzativi dei punti nascita italiani, e distribuiti agli assessorati competenti, ha evidenziato che il ricorso ai parti cesarei è ancora troppo frequente: la percentuale varia da una media del 44% effettuati nelle piccole strutture, al 32% di quelle più grandi, contro la percentuale del 15% raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La media totale è del 35,4%, oltre il doppio di quella indicata dall’Oms, con l’aggravante che nelle strutture private la percentuale è molto più alta.
Il parto naturale in partoanalgesia viene effettuato solo nel 15,3% dei casi e solo in meno di un terzo dei punti nascita (27,6%) è presente la terapia intensiva neonatale.
Un servizio ritenuto indispensabile perché l’assistenza possa definirsi sicura è la doppia guardia, 24 ore su 24, di medici e ostetriche, ma è garantito solo nel 40% dei punti nascita che è stato possibile valutare. Il campione statistico dello studio è rilevante, nonostante regioni come Calabria, Liguria, Sardegna e Umbria non abbiano risposto alle domande dei questionari o lo abbiano fatto in modo incompleto; delle restanti 17 regioni sono stati considerati 344 punti nascita su 570 totali.
Fra le strutture esaminate sono grandi anche le differenze per numero di nascite, che vanno dai 290 al mese dei punti nascita più grandi ai 28 di quelli più piccoli.
Fonte:
Sanità News, 22 dicembre 2011
Sordità: pochi i centri audiologici per fare i test uditivi ai neonati
È ormai noto in tutto il mondo che è necessario effettuare lo screening audiologico universale entro i primi tre, quattro mesi di vita del bambino, per poter intervenire precocemente in caso di problemi; ma in Italia siamo ancora indietro, come spiega la portavoce di un movimento di genitori, animatrice del blog daigenitoriaigenitori.blogspot.com e di un forum su Facebook, Jodi Cutler: «Lo screening è fondamentale, ma poi servono anche i centri audiologici di secondo e di terzo livello, per la conferma della diagnosi e l’eventuale impianto cocleare. Non tutte le regioni sono attrezzate e così le famiglie sono costrette a vagare da una all’altra».
Luciano Bubbico, otorinolaringoiatra del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Ias, osserva: «Ci vuole una normativa in ogni regione, non si può più aspettare: c’è il serio rischio che le famiglie aprano contenziosi legali perché siamo di fronte a disparità di trattamento sanitario da regione a regione o anche da ospedale a ospedale».
A livello nazionale non esistono purtroppo norme che rendano obbligatorio lo screening (un esame che si esegue con un apparecchio che costa circa 5mila euro), nonostante il Piano Sanitario 2011-2013 preveda “…L’estensione dello screening audiologico neonatale della sordità congenita per raggiungere almeno il 90% dei neonati”.
Quindi la questione passa alle regioni ma finora solo sette prevedono lo screening nelle loro normative; nelle altre, non essendoci una normativa, l’esame viene fatto su base volontaria. In cinque delle regioni che hanno adottato una normativa in merito (Campania, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana), sono stati sottoposti a screening mediamente l’85% dei neonati; la Lombardia ha anche reso obbligatorio dello screening in tutti i suoi 87 punti nascita, e, come spiega l’otorinolaringoiatra Andrea Franzetti, referente della Rete Udito lombarda: «Saranno anche individuati e autorizzati 13 centri di secondo livello e quattro o cinque di terzo livello».
Il Gruppo di Studio Organi di Senso è stato formato dalla Società italiana di Neonatologia; il suo segretario Stefano Martinelli, neonatologo presso l’Ospedale Niguarda di Milano, spiega: «A gennaio spediremo un questionario a tutti i centri nascita per capire in quali viene fatti lo screening e, se non viene fatto, per quale motivo. Soltanto comprendendo questo potremo apportare i giusti correttivi».
Intanto, 1.200 pediatri sono stati formati sui vari aspetti dello screening dalla Rete Audiologica della Federazione Italiana Medici Pediatri e, spiega il responsabile del progetto, il pediatra Giovanni Lenzi: «Andremo avanti perché dobbiamo coprire ancora parecchie regioni».
Fonte:
corriere.it, 21 dicembre 2011
Bambini: troppe le diagnosi di dislessia
L’associazione di scuole ‘Una Rete per la qualità’ ha presentato a Roma, nell’ambito del progetto ‘Ora sì’, un’indagine sulla dislessia da cui risulta che fino a qualche anno fa il problema sembrava più grave di quanto invece appaia oggi.
Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’Istituto Italiano di Ortofonologia, spiega: «Troppi bambini in Italia sono considerati dislessici, ma in realtà hanno solo disturbi comuni: un bambino su cinque presenta disturbi dell’apprendimento ma questo non vuol dire che sia dislessico, eppure viene ritenuto tale e inserito in un percorso specifico che rischia di procurargli danni notevoli, avendo in realtà solo disturbi comuni».
Nelle scuole materne ed elementari di Roma, dove è stata condotta l’indagine, sono stati ritenuti a rischio di Dsa (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) circa il 23% dei bambini, quelli cioè che presentavano significative difficoltà nel leggere, scrivere e nel ragionamento matematico; facendo però ulteriori approfondimenti ed escludendo i bambini che presentavano difficoltà minori, o secondarie, la percentuale scendeva ad appena il 4% circa.
Solo 41 bambini, su un totale di 1.175 oggetto dell’indagine, sono stati ritenuti a rischio di Dsa e avviati a una terapia specifica.
Bianchi di Castelbianco osserva: «Segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono, comporta due gravi rischi, perché sono dirottati su percorsi alternativi come portatori di una disabilità che non hanno, con oneri economici non sostenibili o totalmente inutili, mentre il loro problema non solo non verrà affrontato, ma lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro percorso di studi».
L’incidenza di dislessia in Italia è più bassa rispetto a quella che si registra nel mondo anglosassone a causa della lingua, che si presta meno al fenomeno.
Fonte:
corriere.it, 16 dicembre 2011
In aumento gli interventi chirurgici dopo la gravidanza
‘Mommy Makeover’, questo il nome del fenomeno che sta dilagando dagli Stati Uniti in Europa e anche in Italia; consiste in una serie di interventi chirurgici cui si sottopongono le neo mamme dopo il parto per ritrovare velocemente la forma fisica che avevano prima della gravidanza.
Negli Usa, nel 2007, quasi 400mila (365.000) donne fra i 20 e i 29 anni hanno fatto ricorso alla chirurgia post partum e il numero è in così crescita da provocare l’intervento dell’American College of Obstetrician and Gynecologist, che ha puntualizzato che questo tipo di interventi è indicato solo in rari casi e che si tratta di pratiche a rischio per la salute.
L’American Society of Plastic Surgeons ha condotto una ricerca su 1.000 donne che avevano appena partorito, da cui è risultato che il 62% di loro si sottoporrebbe al Mommy Makeover e che l’unico ostacolo è costituito dal costo degli interventi, che sono estetici e possono riguardare anche le parti intime.
I dati di questa ‘moda’ sono stati diffusi nel corso del X Congreso de la Sociedad Española de Medicina Antienvejecimiento y Longevidad, Semal, che si è tenuto a Madrid nelle scorse settimane.
Fonte:
Sanità News, 6 dicembre 2011
La mancanza di antiossidanti favorisce negli uomini il cancro alla pelle
Il Journal of Investigative Epidemiology ha pubblicato una ricerca in base alla quale gli uomini sarebbero più predisposti al carcinoma a cellule squamose, un tumore della pelle fra i più frequenti, a causa dei bassi livelli di un antiossidante, la catalasi. Uno degli autori della ricerca, l’oncologo Gregory Lesinski, del Comprehensive Cancer Center dell’Ohio State University di Columbus, osserva: «È probabile che gli uomini siano più sensibili allo stress ossidativo nella pelle e quindi siano più esposti al rischio di questo tipo di cancro».
La catalasi è un enzima antiossidante, che catalizza la scissione dell’acqua ossigenata in acqua e ossigeno molecolare all’interno delle cellule ed è presente in tutti gli organismi viventi. I ricercatori statunitensi hanno scoperto che i topi maschi che si ammalano di questo tipo di cancro hanno livelli più bassi di questo enzima rispetto alle femmine, e inoltre accumulano il 55% in più di un tipo di globuli bianchi che sono coinvolti nel processo infiammatorio; l’accumulo di questi globuli può essere ridotto somministrando catalasi per via epidermica.
Fonte:
Sanità News, 6 dicembre 2011
Cause genetiche oltre che sociali per l’Adhd
L’Adhd (Attention Deficit/Hyperactivity Disorder), la sindrome da deficit di attenzione e iperattività è un disturbo dell’autocontrollo a causa del quale i bambini che ne soffrono hanno difficoltà a controllare gli impulsi, a concentrarsi e a regolare il proprio comportamento; le cause del disturbo finora erano spesso attribuite a particolari condizioni sociali in cui vivono i bambini colpiti dall’Adhd.
Secondo uno studio del Center for Applied Genomics del Children’s Hospital di Philadelphia, coordinato da Hakon Hakonarson, il 10% dei pazienti con questo disturbo presentano particolari varianti genetiche. Josephine Elia, una delle ricercatrici pediatriche che hanno partecipato allo studio, ha dichiarato: «Questa ricerca permetterà di sviluppare nuove terapie su misura per trattare le cause dell’Adhd».
La ricerca è stata condotta su oltre 16mila persone di cui è stata analizzata la sequenza genomica, con il risultato che è stata scoperta una correlazione fra il disturbo e la mutazione di quattro geni, tutti della famiglia del gene del recettore per il glutammato, una proteina che trasmette i segnali fra i neuroni.
Lo studio americano è stato pubblicato sulla rivista Nature Genetics.
Fonte:
Sanità News, 6 dicembre 2011
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