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numero 100 - anno XXXI - Gennaio Aprile 2007

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Rassegna scientifica di psicoprofilassi per la salute e per il benessere del bambino, della donna e della famiglia
Marisa Farinet


foto“…una società può essere definita liquida-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini…la vita liquida come la società liquida non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo…”

“… la globalizzazione ci ha alienati ma ci ha fornito anche conoscenze fino a qualche anno fa insospettabili… e la conoscenza è di per se stessa libertà…”


“… felicità non è correre per poi fermarsi di botto ma saper star fermi, progredire lentamente, consapevolmente…”

“… stiamo cercando di tracciare un percorso di rinnovamento etico e spirituale… fatto di relazioni pure basate sul rispetto reciproco e sulla comunicazione emozionale…è un ragionamento che vale per la famiglia come per la società intera…” 

“…ancoriamoci ad un pensiero positivo…la frammentarietà della nostra realtà ha una potenza creativa di notevole portata…bisogna solo agganciare e sviluppare in senso positivo, il culto della responsabilità individuale…”

 ( Note tratte dal pensiero del sociologo polacco Zygmunt Bauman in “La vita liquida”, Ed.Laterza, 2006)

 

“ In un’antica parabola araba Dio dice agli uomini:  “A ogni cattiveria che commetterete io lascerò cadere un granello di sabbia in questa immensa oasi del mondo”. Ma nessuno lo ascolta, perché che cosa è mai una cattiva azione, un granello di sabbia? Così il mondo piano piano diventa un deserto. E’ una parabola adatta ai nostri giorni dove sarebbe importante capire che non è l’eroismo l’atto che salva il mondo, anzi. Sono le piccole cose, costanti.
   Per questo è necessario fermarsi ogni tanto, e pensare”.
( da “Il breviario laico” di Gianfranco Ravasi )
 
“ Il silenzio bianco è un silenzio che racchiude in sé tutte le sillabe, come il bianco è il riassunto di tutti i colori. Anche chi non è pratico della Bibbia sa che nell’Antico Testamento il nome di Dio, Jahweh, lo si tace. E’ un nome che riassume in sé tutti gli altri nomi.Quando Elia va sul monte Horeb ,non incontra Dio nel terremoto,nella tempesta, nella folgore, ma incontra una voce di silenzio sottile. Ecco l’uomo di oggi,attraversato da una valanga di rumori, suoni, chiacchiere, ha bisogno di incontrare questo silenzio sottile. Per ritrovare le parole, le domande”.

 

“ Mio Dio, sono già le 7! E sono più stanca di quando sono andata a letto…”
Patrizia si stava voltando faticosamente nel lettone. Infine puntando prima i gomiti  poi le palme delle mani lei e Matteo erano riusciti a mettere i piedi a terra. Matteo però non era ancora chiaro che intenzioni avesse. Aveva scalciato e spinto tutta la notte. “ …sembra più un millepiedi che un umano…” aveva pensato Patrizia mentre cercava ,sul fianco, la sua posizione preferita per dormire.

Nulla da fare ; Matteo si tranquillizzava solo se la mamma stava supina, la testa un po’ sollevata sul cuscino, per respirare meglio, come aveva imparato a fare con la sua prima bambina..


L’aspettava la solita giornata… di punta. “ Ma quando non lo è, mamma?...un po’ il pancione, un po’ gli impegni, giro proprio come una trottola…” Era il suo sfogo abituale nei frettolosi appuntamenti telefonici quotidiani con sua madre. “…oggi per favore vai tu a prendere Maria a scuola? …Me la puoi tenere sino a sera?...ah, mamma, verrà anche Sasha, sai, quel bimbo slavo…suo compagno di banco…e,attenta a chiamarlo Mario…dice che vuol cambiarsi il nome…che,anche se è mussulmano…Maria è molto bello e che così…è come se fossero fratelli – la voce di Patrizia si era addolcita – mi fa una gran tenerezza!... li verrà a prendere Franco all’uscita dal lavoro…così io riuscirò ad andare al Super…”


Mentre faceva la solita contorsione per disturbare Matteo il meno possibile nel salire in macchina, rifletteva sul come erano state diverse le due gravidanze. “…Sono passati 8 anni e sembra un secolo…e il tempo…il tempo…ma quanto più tempo avevo?”.


Ricordava le tante, lunghe pause di tenerezza, di dialogo con la sua “bimba della notte” dentro di lei; la scoperta della sua immagine palpitante, mobilissima nell’ecografia; quel dito in bocca più intuito che realmente visto, attraverso le chiare, competenti descrizioni della sorridente ginecologa.

 

L’attesa  serena, a giorni quasi spavalda dopo gli incontri rassicuranti nel “corso” ; ma a giorni carichi di timore ( “ perché oggi si muove meno?” ), di ansiosa ricerca di risposte, di assicurazioni.

Un’ attesa che appariva infinita negli ultimi mesi quando il dialogo con la sua bimba sconosciuta si era fatto  quasi ininterrotto, sempre più intenso  cadenzato dalle lente carezze sul ventre o sussurrato con una nenia o con una frase scherzosa; nei momenti in cui si abbandonava alla “reverie” . Le avevano spiegato cosa era durante il “corso”.

 

Già, il “ corso di accompagnamento” all’ ospedale negli ultimi due mesi di gravidanza di Maria  aveva fatto lievitare e portare allo scoperto tutto l’ammasso informe di emozioni, paure, trepidazioni, nuove consapevolezze. E il travaglio? Lungo, in crescendo, faticoso. E il dolore ? Al limite della sopportabilità? Ripensandoci ora, si accorgeva di avere di tutto un ricordo confuso. Le erano rimaste chiarissime solo alcune immagini: l’espressione tesa, a tratti sorridente per darle coraggio di suo marito; il tocco leggero della mano dell’ostetrica e la sua espressione rassicurante e solidale mentre auscultava il battito; infine la luce della plafoniera che dal soffitto sembrava allargarsi a dismisura durante le ultime contrazioni…

 

“… Tranquilla Patrizia… tutte  le donne soffrono nel mettere al mondo un figlio. ..poco o tanto…ma è un dolore subito dimenticato…non lascia traccia…forse …perché rimane solo nell’anima…” Le parole della mamma in un primo momento, erano sembrate strane ma nel pronunciare l’ultima frase la voce le si era come addolcita, l’espressione del viso, quasi sognante ma attraversata da un guizzo d’orgoglio… Inusuale in quella donna più che sessantenne ma giovanile, energica; un’aspirante-nonna assolutamente  “moderna” , in linea  con le immagini proposte dalla cultura mediatica al femminile. Una giovane sessantenne nella quale era rimasta, appunto “in fondo all’anima”, la memoria tenera e gonfia di consapevolezza della forza che aveva ritrovato in sé  nel lottare insieme alla sua creatura per farla venire al mondo.


Perché allora negli anni’70 il dolore era stato tutto loro, suo e della sua bambina; nel risveglio entusiasmante della  nuova fase culturale che intendeva spiegarlo, affrontarlo, aggirarlo , neutralizzarlo , ridurlo, renderlo comunque accettabile nel farlo diventare un non-dolore , scavando le sue ragioni  nei meandri della psiche, del vissuto , nella storia di ogni donna. E ogni donna l’aveva sostenuta, combattuta questa crociata in difesa della sua potenza creativa che significava  (come sempre ha significato ) natura –sentimento-vita.  


Per questo l’espressione del viso della mamma di quegli anni nascondeva l’esaltante memoria di un incontro amoroso, bellissimo,  ma anche drammatico, angosciante e sconvolgente nell’ intensità delle sensazioni vissute più di 30 anni prima .Per questo la mamma di Patrizia aveva parlato, istintivamente, di una “ memoria dell’anima”.

Anche Patrizia l’angoscia l’ aveva vissuta, nelle fasi finali del parto: montante, distruttiva durante le contrazioni più forti. “…Basta…basta…non ne posso più…tiratemela fuori!” Frasi smozzicate fra i lamenti, le invocazioni…le pause con il respiro cadenzato appreso nelle sedute del “corso”. Poi all’ultimo, seduta, nella fase dilatante, quando urgeva il bisogno di spingere, la Grande Paura di poter far male alla sua bambina, di non essere in grado di aiutarla abbastanza.


Ma Patrizia, a differenza di sua madre,  aveva appreso a dare un nome , un significato inconscio a quel ricordo incistato nell’anima e così determinante per il legame d’amore madre-figlio: l’angoscia “persecutoria” di venire distrutta dalla propria creatura, nelle fasi più dolorose e quella “ depressiva” , durante le fasi finali, di poter nuocere, far male, non riuscire a portare alla luce il figlio.


Come era diversa ora l’attesa di Matteo, con il ritmo della vita, i  tempi quotidiani tutto più complicato. Gli accadimenti giornalieri scorrevano gli uni sugli altri come in una condizione “liquida”, un’accelerazione continua dove il tempo non era mai sufficiente per nulla; le ore della giornata incalzavano, scorrendo l’una sull’altra e travolgendo, alterando sensazioni  ma anche le emozioni.
  
“…Sto diventando nevrotica…ma tutti lo stiamo diventando…se riuscissi almeno a ritagliarmi una nuotata in piscina…ieri su quella panchina ero talmente stanca che stavo per addormentarmi… abbiamo desiderato tanto questo secondo bambino…ci è sembrato giusto dare un fratellino o una sorellina a Maria…ma adesso c’é anche il problema del lavoro di Franco… il mese prossimo inizia a viaggiare…è una promozione ma se Matteo decide di nascere quando lui è via?...”

 

“…Il ginecologo è stato chiaro…se voglio programmare il parto c’ è sempre l’alternativa del cesareo, …è una soluzione oggi scelta da moltissime donne - a detta di lui – , che poi ha aggiunto…niente travaglio…niente contrazioni…niente dolore …cosa vuole di più?...un’anestesia e tutto finito…si trova il suo bambino bell’e pronto!...ma sinceramente il tono della sua voce non mi é piaciuto…mentre parlava, mi sono sentita solo un problema, un altro fastidio da togliere in fretta…lo so, tante mie amiche l’hanno fatto ma credo che il tempo loro o del ginecologo, sia stato un alibi…per una donna c’è sempre l’ansia per l’incognita, la paura per il Grande Dolore…


…forse avrei dovuto rifarlo il corso…tutto mi sembra diverso adesso…io sono diversa…e lo stress così forte che provo è forse il risultato di tutti gli stress che vivo nella giornata…Ora parlano di un “parto indolore”…con l’epidurale…una puntura che tutti gli ospedali  potranno fare…per legge, ma…è un’anestesia… toglie la sensibilità…non è più un parto “naturale” e…se ne risentisse anche Matteo ?..dopo tutto é un farmaco…se non riesco più ad aiutarlo a nascere, come ho “aiutato” Maria? …per il secondo figlio dicono che si soffre meno…Mi basterebbe sapere che  se il travaglio diventa troppo lungo e insopportabile , posso chiedere di farla…però leggera…solo quando le contrazioni diventano insopportabili… devo consigliarmi con un’ostetrica…”


I pensieri  turbinavano nella testa di Patrizia al ritmo vertiginoso del traffico che la circondava. Superato un semaforo si era infine ritrovata nella breve via alberata  che portava al Consultorio.


L’edificio era quello della sua vecchia scuola elementare. “…mamma mia…quante volte ho fatto questi scalini! - i pensieri ora  stavano annullandosi nei ricordi - : la sua mano stretta in quella della mamma mentre le chiedeva come era andata la scuola…le corse fra i cespugli dei giardinetti…le poche, innocue biciclette che passavano lentamente…gli unici rumori, il breve scampanellio che annunciava il loro arrivare e l’eco delle risate e grida dei suoi antichi compagni-bambini…


Patrizia aveva accostato la macchina al marciapiede…aveva abbassato il sedile e appoggiato la testa. Ed era rimasta così ad occhi chiusi, cullata dalle sue fantasie lontane…le fantasie di una mamma tornata bambina. Il tepore dell’autunno, il leggero fruscio dell’aria tra le foglie stavano portando lei e Matteo - “…toh…i piedini ora si muovono adagio…anche lui si è calmato” – su un prato verde, abbracciati, vicini a Franco e Maria…tutti con gli occhi al cielo, alle nuvole, parlando pianamente senza fretta dei loro progetti futuri; che apparivano finalmente nella loro logica realtà: tanti stimoli, tante idee, tante nuove strade da iniziare, da percorrere.

 

Su quel prato erano riusciti a fermare il tempo e la parentesi di armonia serena stava diventando una memoria indimenticabile, densa di significati.
   
  
Mentre scendeva dall’auto e chiudeva la portiera Patrizia si accorse di sorridere. Al Grande Progetto di vita che custodiva, alla Grande Forza che sentiva montarle dentro, al Grande Bene segreto che, donna, era consapevole di costruire giorno dopo giorno, malgrado il non-tempo, malgrado quello scorrere accidentato che anche lei, come tutte le donne di questo mondo ormai senza confini, sono chiamate ad affrontare ogni giorno.
 
 “ Forse basta saper rallentare … chiudere gli occhi…fermarsi, bloccare il mio uomo, le mie creature ( che bella parola! …perché non la si usa mai? ), e me stessa in una sosta di riflessione, di riposo della mente e dell’anima…non è una cosa impossibile…”


E la giovane donna aveva ora un’espressione consapevole, serena. Semplicemente perché nella “vita liquida” delle tante Patrizie di oggi sono racchiuse , come sempre, le sorti del mondo.


(NASCERE – N.99 - 2006)

 

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