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numero 103 - anno XXXVI - Gennaio-Aprile 2008

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Diventare madri: dall'approccio psicologico-affettivo a quello istituzionale
Cronaca di un intervento interdisciplinare
Manuela Avagliano (*) , Valentina Fenaroli (**)

 

Depressione post partum: lo stato dell’arte
Giorgio Rezzonico3 ha aperto il proprio intervento offrendo una riflessione circa l’estrema difficoltà, manifestata dagli operatori, ma spesso anche dagli stessi familiari, nel diagnosticare casi di depressione post partum (il 50% di essi resta, di fatto, nascosto). Un insieme di fattori contribuisce ad alimentare tale fenomeno: la resistenza, da parte delle neo-madri, a chiedere aiuto, in un momento in cui tutti si aspettano che esse siano felici ed appagate; un livello d’ansia eccessivamente elevato, che contribuisce a “bloccare” la formulazione esplicita di una richiesta d’aiuto; vergogna e senso di colpa (“Dovrei pensare a mio figlio, invece…”); la convinzione che una mamma debba venirne fuori da sola; la credenza che gli altri non possano fare nulla.
Quanto alla capacità materna di relazionarsi con il piccolo, la ricerca dimostra come la depressione post-partum abbia un impatto negativo sulla continuità della regolazione emotiva madre-neonato e sullo stabilirsi del legame d’attaccamento, che spesso risulta di tipo insicuro (McMahon et al., 2006). Molteplici fattori protettivi possono, però, contribuire a tutelare il bambino e la sua relazione con la figura materna; tra questi sono stati individuati risorse di resilience, presenza di una valida figura supportiva, capacità della donna di elaborare le proprie esperienze negative dell’infanzia, interrompendo così il rischio di trasmettere, a livello intergenerazionale, l’insicurezza nel legame con il caregiver (Saunders et al., 2006). Quanto al trattamento della depressione post partum, gli studi (Boath et al., 2005; Howard et al., 2006) dimostrano, innanzitutto, l’efficacia di interventi preventivi, messi in atto sia durante la gravidanza (corsi di preparazione al parto; corsi di formazione specifici sulla preparazione alla genitorialità), sia nell’immediato post-partum, soprattutto in situazioni di particolare vulnerabilità (programmi educativi, visite domiciliari da parte di operatori). Buoni risultati - in condizioni di disagio ormai conclamato - si ottengono con interventi di counselling individuale o di coppia (Gamble et al., 2005) ed interventi di tipo cognitivo-comportamentale (Boath et al., 2005), affiancati – nei casi più gravi – da un’adeguata terapia farmacologica.

Avere un figlio: dinamiche relazionali e rischio di disturbo psicologico
L’intervento di Enrico Molinari4 ed Emanuela Saita5 ha visto la presentazione di alcuni risultati ottenuti da una complessa ricerca, condotta dall’Università Cattolica di Milano, in collaborazione con l’Ospedale Vittore Buzzi della medesima città, relativa ai vissuti delle madri e alle difficoltà che esse possono incontrare al momento del parto e durante i primi mesi di vita del bambino. Obiettivo prioritario del lavoro era quello di indagare se eventuali sintomi da stress post partum (ansia, depressione, elevata fragilità emotiva) siano in qualche modo collegabili al supporto che le donne riferiscono di aver ricevuto - o di aver desiderato ricevere - da parte di persone significative, al momento del parto o nei tre-sei mesi successivi. Nello specifico, si è posta particolare attenzione alla presenza - nelle madri - di sintomi da stress post traumatico. Recenti studi (Czarnocka & Slade, 2000; Ayers, 2004) inducono, infatti, a considerare il parto come un evento potenzialmente traumatico per la donna, atto a suscitare reazioni identificabili con disturbo post-traumatico da stress (PTSD). L’analisi dei dati ha confermato come il ricevere supporto da parte del partner, della propria madre, del personale medico-ostetrico rappresenti per la donna un importante fattore protettivo, in grado di facilitare la regolazione dello stress e favorire il suo benessere, non solo fisico, ma anche psicologico. In particolare, si è rilevato come le donne con vissuti ansiosi mostrino un maggior bisogno di ricevere aiuto da figure affettivamente più significative (in alcuni casi il partner, in altri la propria madre), mentre quelle che mostrano vissuti depressivi e di PTSD manifestino maggior bisogno di supporto da parte di figure medico-sanitarie. Emerge con estrema chiarezza la necessità, avvertita dalle donne, di “condividere emotivamente” quanto esse stanno vivendo - o hanno da poco vissuto - come partorienti e come madri.
L’intervento ha consentito di riflettere su quanto l’esperienza della maternità non possa essere considerata solo in termini di relazione madre-bambino, ma richieda un’attenzione particolare anche al contesto familiare e sociale. A tale proposito si è sottolineata l’esigenza di offrire alle puerpere un supporto competente, che veda un coinvolgimento dell’intera rete relazionale in interventi preventivi e di cura.

 

3 Professore Ordinario di Psicologia Clinica e direttore della Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Facoltà di Medicina, Università Milano-Bicocca.
4 Professore Ordinario di Psicologia Clinica, Università Cattolica S.C. di Milano; Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.
5 Psicologa, Ricercatrice di Psicologia Dinamica, Docente di Psicologia della Salute, Università Cattolica S.C. di Milano.

 

 

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