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Se è vero che l’esperienza della maternità rappresenta una delle fasi emotivamente più pregnanti nel ciclo di vita di una donna, non si può certo trascurare come essa divenga spesso momento di crisi, sia per la madre, sia per l’intero sistema familiare. Accanto a forme più lievi di malessere, in cui la fragilità manifestata rappresenta un passaggio quasi “fisiologico” nel processo di costruzione dell’identità materna, non sono rare situazioni più complesse, che possono evolvere in disturbi strutturati, di maggiore gravità. Condizione indispensabile perché possa essere offerto un valido supporto a gestanti e puerpere, da parte di quanti operano a favore del benessere della donna, è riuscire a cogliere il più precocemente possibile questi segnali di disagio psicologico e relazionale, anche là dove non sia esplicitamente formulata una richiesta di aiuto. Offrire sostegno alla madre, supportandola nel complesso compito di cura del piccolo, rappresenta, infatti, una preziosa occasione di prevenzione e contribuisce a proteggere, sia lei che il neonato, dal riflesso di emozioni non affrontate, non elaborate e, dunque, potenzialmente nocive.
Esiste nella realtà attuale una priorità tangibile, ovvero quella di perseguire un dialogo sempre più fecondo tra discipline differenti, che - aprendosi ad un lavoro cooperativo - consentano di offrire interventi diversificati, ma al contempo integrati tra loro, a soggetti fragili e in difficoltà. Occuparsi di madri vulnerabili o depresse chiama in causa, d’altra parte, molteplici fattori, di natura biologica, intrapsichica, relazionale e sociale, che non possono essere trascurati, se ci si pone come obiettivo prioritario quello di offrire un supporto alla donna, nella sua complessità ed unicità. Si comprende, a questo punto, l’urgenza che ricerca e pratica non restino ambiti reciprocamente distanti, ma avviino forme di integrazione, dando vita ad una sinergia, che migliori l’azione sociale a favore della salute della donna (Cigoli et al., 2006).
Proprio dall’esigenza di affiancare ad una pura riflessione teorica una condivisione interdisciplinare di esperienze diverse nasce la giornata di studio dal titolo “Diventare madri: cura e bisogno di cura”, svoltasi nel maggio scorso a Monza, presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca1.
Essa ha rappresentato un’occasione di dialogo tra enti, servizi e realtà territoriali, consentendo di riflettere sull’importanza di un lavoro di rete sempre più attivo e funzionante, che sia in grado di supportare in modo efficace l’esperienza della maternità.
Essere madri nella società di oggi
Attorno ai temi di libertà, relazione, cura si è sviluppata la relazione di Grazia Colombo2, che ha sottolineato le profonde trasformazioni che stanno caratterizzando, negli ultimi decenni, l’esperienza della maternità: nella società di oggi le donne partoriscono meno, in età più matura, all’interno non solo del matrimonio, ma anche di nuove e peculiari forme di convivenza. Se un tempo mettere al mondo un figlio rappresentava una sorta di destino naturale, socialmente condiviso, oggi questo evento rappresenta sempre più un fatto intimo e privato, frutto di una scelta, spesso unica nella vita della donna. Eppure, la libertà di scegliere quando e come generare, che si traduce anche nella possibilità di definire nei dettagli la tipologia di parto, si accompagna in molti casi alla delusione provocata dallo scarto tra ciò che si era fantasticato come realizzazione di sé e la concreta fatica provocata dal dover gestire una nuova creatura. La possibilità di autodeterminazione, unita ad un sempre più fiducioso affidamento al sapere tecnico-scientifico, ha, spesso, come controparte un senso di solitudine e di spaesamento nella madre, che ha sempre meno occasioni per condividere la propria esperienza all’interno di una trama relazionale, sempre più debole. Anche la funzione della cura sta subendo profonde trasformazioni nella società attuale; se nell’immaginario collettivo essa ha sempre rappresentato una competenza intrinsecamente femminile, il recente processo di emancipazione ha consentito alla donna di liberarsi dal destino di unica curante. Ma chi, si è chiesta la dott.ssa Colombo, si assume oggi il compito di prendersi cura? Altri importanti quesiti sono emersi a conclusione del suo intervento: come aiutare la madre ad acquisire il ruolo di genitore, riscoprendo la dimensione della cura di sé e del piccolo? Come trasmettere la consapevolezza che la libertà personale trova espressione solo all’interno di una dimensione relazionale?
1 Il Convegno - svoltosi con il patrocinio dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia - ha visto la collaborazione tra: ASL Provincia MI 3, Azienda Ospedaliera S. Gerardo di Monza, Ospedale Civile di Vimercate, Università degli Studi di Milano Bicocca, Università Cattolica S.C. di Milano, Conferenza dei Sindaci ASL MI 3.
Responsabile Scientifico: Fiorenza Costantini.
Comitato Scientifico: M. Bertolini, P. Buonvicino, I. Carta, C. Martello, U. Mazza, E. Molinari, G. Rezzonico, E. Saita, G. Scivoletto, M.G. Strepparava, S. Ruberti, M.C. Vezzoler, P. Zanotti.
Comitato Organizzativo: F. Achilli, M. Bani, L. Di Nicolantonio, P. Canotti
2 Sociologa, Presidente IRIS Milano
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