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numero 100 - anno XXXI - Gennaio Aprile 2007

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Rassegna scientifica di psicoprofilassi per la salute e per il benessere del bambino, della donna e della famiglia
Marisa Farinet

 

Tutti noi sappiamo cosa sia la storia, quella per intenderci con la S maiuscola, appresa, più o meno bene, con poco o tanto interesse sui banchi di scuola. E che, nell’archivio della memoria si frantuma di solito in una sequenza piuttosto approssimativa, di nomi, paesi, qualche data ( ah!, il dramma dei numeri nella nebbia dei secoli, dei re, delle battaglie, delle guerre…).

fotoPoi c’è un’altra “storia”, quella individuale, segreta, emotiva ed affettiva che marchia ogni singola esistenza, che dà colore, significato ad ogni avvenimento. E che segna, con il suo personalissimo calendario, una sequenza di dati, il più delle volte misteriosi.
Come sfogliare un album di foto. Chi non lo fa nei momenti  di ripiegamento nostalgico? In bianco e nero una volta, ieri  a colori, al limite cariche di accenni di virtuosismo e di suggestione artistica.


Sono lì per farci ripescare nell’archivio dei ricordi non solo date, avvenimenti ( il battesimo, la prima comunione, il matrimonio, la gita al mare, la vacanza in montagna, il viaggio esotico, la prima smorfia, il primo sorriso di un bimbo e via così…), ma anche per evocare stati d’animo, momenti di gioia, di emozione. Come di tristezza o delusione. Nei riflessi di un sorriso forzato, nella fissità di uno sguardo, in una espressione d’ansia piena di aspettativa. La piega di un viso, lo scorcio di un panorama , carpito in un attimo di fusione commossa con la natura, sono lì per parlarci dell’ “altra” storia. Misteriosa, affascinante, struggente. Ma determinante e vera, perché è solo lei, dietro la scansione cronologica di date e avvenimenti, a dettare sullo sfondo il significato reale dell’essere di ognuno di noi. Che , oggi, può rivelarsi anche in molte di quelle riprese sui cellulari ; palpitanti, vive, cronaca di una frazione di gioco, di emozione e subito bruciate, perse, sostituite dal flash di un attimo di vita successivo, anch’esso destinata a una esistenza brevissima.

E qui avviene la magia. Perché la storia di un “lui” come di una “lei”, la cronologia dei loro eventi viene scandita, determinata e archiviata in un luogo segreto, nella cantina del “vissuto” di ognuno nella quale si snoda la storia emotiva, irripetibile, degli affetti.
Da un inizio a una fine, da una nascita a una morte, dunque? Non esattamente perché oggi sappiamo che, intessuto tra fine e principio, c’è un tenue, stupefacente filo che sembra destinato a tenere viva questa storia magica attraverso  generazioni, come una staffetta che passa da genitori a figli; un tacito messaggio che tiene uniti, inconsapevolmente, tanti segreti “vissuti”. In una capacità una competenza impressa geneticamente e come tale trasmessa.

Sappiamo che  l’essere umano ha sempre avuto l’esigenza di capire da dove viene e dove sta andando . Da sempre ha cercato risposte, nel mito, nella religione, nella filosofia, con gli strumenti che le varie epoche gli mettevano a disposizione,  per spiegarsi il suo essere nel mondo. Ma è grazie alla cultura del secolo scorso che si sono approfonditi gli strumenti con i quali ognuno, se vuole, può accentrare su di sé (meglio sul dentro di sé) le proprie indagini. E il percorso misterioso che ci accompagna può venire o completamente svelato (per i più fortunati) oppure intuito a lampi, a guizzi (ed è così nella maggioranza dei casi ).

Molti non danno soverchia importanza a questa storia magica che cova in ognuno e che sfugge alla logica del raziocinio. Alcuni anzi giurano di non crederci affatto. Sino a quando non succede un fatto come iniziare o perdere un amore, soffrire fisicamente, veder morire. Momenti della vita di ognuno segnati , nel filo intessuto tra passato e futuro, anche dal marchio del mistero e del magico.

Come il nascere e il far nascere, la cronologia dei nove mesi di attesa, del parto e del dopo prendono definizione e significato dalla risonanza emotiva, fantastica, pensata di un “lei” e di un “lui” e dell’essere che si forma.
Sullo sfondo la cronologia di un corpo femminile che si trasforma, una storia biologica scandita da esami, controlli, accertamenti. Un nulla ( o un quasi nulla) che diventa embrione, feto, neonato. Tutte fasi che si fanno rappresentazione corporea  di quanto sta accadendo in quella fascia tra il misterioso e l’esplicito, tra emozioni segrete e mente che cerca di svelare. Uno snodarsi di momenti emotivi, di fantasie che hanno con la realtà un collegamento casuale ( le emozioni, i pensieri, le fantasie , i sogni della donna all’inizio di una gravidanza hanno connotazioni diverse di quelle degli ultimi mesi e dell’imminenza del parto) ma che sono inoltre il canovaccio, il tessuto sul quale si intreccia, prende forma e significato la “storia” del nuovo essere.

Sul piano psichico i momenti finali della simbiosi intrauterina sono in realtà l’inizio della differenziazione – dipendenza mamma-bambino.
Anni fa si pensava che la vita psichica dell’individuo avesse inizio dopo i due anni di età con l’acquisizione del linguaggio. Poi, man mano, si è risaliti nel tempo sino a raggiungere l’epoca fetale. Sino ad ipotizzare, per quanto concerne la mente ad una conoscenza del mondo “prescritta filogeneticamente” . Un ipotesi questa estremamente suggestiva che ci fa pensare ad un filo intessuto tra tante storie magiche, perse nella notte dei tempi.

È vero che non c’è ancora una mente che elabora, non c’è ancora un linguaggio che trasmette messaggi ma il rispondere ritmato con le manine o con i piedi alle sollecitazioni tattili sull’addome materno o il succhiamento del pollice non sono forse già una comunicazione pre-verbale? E non è qui che si può individuare l’inizio della nuova storia “ magica”?

La storia magica del pollice in bocca viene svelato ad un certo punto dall’ecografia , accendendo la fantasia dei genitori. Perché  è un segno di vita attiva, di comunicazione; perché è già un messaggio. Un movimento ritmato, nascosto in una memoria senza tempo che prelude all’impulso del piccolo appena nato, di cercare, di attaccarsi ad occhi chiusi al seno materno. Perché quel pollice in bocca “è” già il seno materno. Un seno non reale, ma immaginato, forse sognato, portato dentro. Da sempre, scritto e tramandato in una mappa cromosomica misteriosa, come in un DNA psichico (chissà, forse un giorno sarà svelato…).

La magia sta nel fatto che quel pollice in bocca nell’utero è qualcosa al posto di un’altra cosa ( il seno materno) che in quel momento è assente. Ne diviene il simbolo. Ma perché il feto possa evocarlo, bisogna che la sua traccia esista già in qualche recesso misterioso della sua storia psichica. Come continua ad esistere negli anni dell’infanzia , dopo che il seno materno viene negato sostituito da cucchiaio, da una bottiglia; necessario scotto alla legge inesorabile del crescere ma vissuto sempre dal piccolo dell’uomo con angoscia.

Rimane il succhiotto e poi il gesto di succhiarsi il pollice, magari anche per anni. Consolatorio e rasserenante; ma anche questo un po’… magico perché, nascosto in quel gesto, c’è la fantasia, il desiderio di abbandonarsi all’evocazione fantastica di una condizione indefinita di bene, di  felicità perduta.

Ed é stato detto che questa condizione appartiene alla vita intrauterina , definita anche come Paradiso Terrestre. La nostra storia magica ha dunque inizio in una condizione di favola, di bene, di sicurezza. Nella semi-oscurità del grembo materno. Il non-bene, la violenza di luce, rumori, gesti attendono oltre il canale del parto, all’ingresso nella realtà del mondo.
Cosa rimane al piccolo umano dopo la nascita, se non la necessità di recuperare , attraverso fantasie, sogni, emozioni, affetti, quel senso indefinito di beatitudine perduta? Continuando a cercare di ricreare, anche inconsciamente, un sostituto “ pollice in bocca” che possa attenuare la nostalgia verso il primo messaggio d’amore del seno materno e delle tenere braccia che  lo hanno accolto alla nascita?

Parlare di attività simbolica, del potere che ha l’umano di “ far vivere nel presente, a livello fantasmatico, l’assente”, un po’ intimidisce. O perlomeno sembra che ci porti in una dimensione filosofica, solenne. Senza riflettere che noi viviamo, comunichiamo ogni giorno, attraverso i simboli. Nel linguaggio come nei gesti. Un dono, ad esempio. Può essere anche solo un fiore e racchiudere tanti diversi significati: gratitudine, amicizia, amore, senso di colpa per giungere  allo scambio delle fedi nuziali, l’atto più pregnante e carico di significato simbolico in un percorso affettivo di coppia.

Ma quasi per gioco, sembra che si sviluppi la storia nel dopo nascita.  Un gioco che rappresenta la prima verbalizzazione, il primo strumento che il piccolo umano utilizza per esprimere la sua capacità psichica. Sempre legata al mondo degli affetti. Dal pollice in bocca  ad un pezzo d’indumento materno, all’animale in peluche o alla bambola di pezza, morbida e carezzevole come la mamma-seno; magari sporca e sdrucita ma unica nella sua onnipotente forza evocativa.

Poi con il crescere, l’orizzonte si amplia mentre la foga, il bisogno di scoprire il mondo e le proprie capacità di entrarvi, si fanno sempre più forti ed impellenti.
Il mondo, la natura la vita degli altri, gli amici sono lì a portata di mano. Anche se la conquista sarà all’inizio  resa possibile e più decisa , solo se continuerà ad esserci ,nello sfondo, l’immagine rassicurante, materna e paterna.

E la storia magica va ad aprirsi su uno scenario senza confini, la scoperta della natura. Cosa se non la natura, può alimentare il mistero di quell’alternarsi continuo di sicurezza e pericolo, tra ansia di bene, di bello e angoscia di male che la scoperta del mondo naturale può suscitare nella piccola mente?

Pensiamo al richiamo della vastità, del cielo, del mare, delle nuvole. Il primo stupore affascinato nel veder volare un aereo. Una volta c’era il gioco dell’aquilone , forse uno dei più bei giochi-simboli dell’infanzia. Dominare l’immensità con un uccello fantastico, simbolo dell’onnipotenza a salire, ad essere liberi, padroni dell’immenso.

Anche la storia del mondo ci ricorda questo con i popoli primitivi, quelli della preistoria che hanno avuto nella natura ( e certi continuano ad averlo tutt’ora ) la loro immensa palestra di simboli.
I geroglifici, ad esempio, cioè l’album dei ricordi dei nostri antenati. Un segno inciso nella pietra al posto di un altro; il sole a indicare la vita o un Dio benefico, l’accoppiamento, la progenie; il carro, gli animali a indicare  la caccia, il cibo, la sopravvivenza; la luna, il mistero del soprannaturale e così via. Una natura a volte benefica,, a volte ostile. Ma i primitivi non sono forse i bambini della storia del mondo? Con il loro potere magico di evocare con angoscia le tenebre e con un senso di sollievo, di liberazione, il sorgere del sole. Una sorta di “confusività” dei primordi che ricorda quella dell’epoca postatale. Perché le tenebre sono il simbolo dell’angoscia; la luce il simbolo del bene, della serenità. Come Jung ha detto, a proposito dell’uomo primitivo: “…la notte significa per lui serpente e freddo alito di spiriti, il mattino invece la nascita di un bel Dio”.

A ben riflettere, non siamo tanto lontani neppure ora. E noi adulti, vecchi bambini impauriti, perduti nella nostra foresta di simboli , arranchiamo spesso per rintracciare nella vita di tutti i giorni, un’ipotesi, una parvenza del nostro Paradiso terrestre perduto, la luce del mattino e perché no? , anche “ la nascita di un bel Dio” (Jung).

Basta accudirla, coltivarla quella storia magica. Avendola sempre presente in noi. Aiutando a svelarla, a tenerla viva in chi ci sta vicino. In chi soprattutto sta per farne nascere un’altra.
Sembra un compito così arduo e invece è così semplice. Basta lasciar parlare le emozioni, gli affetti. E il gioco è fatto.

È stato detto che la vita intrauterina è una condizione di beatitudine, uno stato di benessere, come si può immaginare sia stata la vita nel Paradiso Terrestre. La nostra storia magica ha dunque inizio in una condizione di favola, di bene, di sicurezza. Il non-bene, la violenza di luce, rumori, gesti attendono oltre il canale del parto, all’ingresso nel mondo dell’altra realtà. Cosa rimane al povero umano dopo la nascita, se non la necessità di recuperare attraverso fantasie, sogni, emozioni, affetti quel senso indefinito di beatitudine perduta? Continuando a cercare di ricreare, anche inconsciamente, un “pollice in bocca” che all’inizio è stato recupero del bene ritrovato nel seno materno, nel messaggio d’amore delle prime tenere braccia che ci hanno accolto?

(NASCERE – N.62 )

 

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