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numero 100 - anno XXXI - Gennaio Aprile 2007

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Rassegna scientifica di psicoprofilassi per la salute e per il benessere del bambino, della donna e della famiglia
Marisa Farinet

 

Viveva intorno agli anni’20 del secolo scorso in una località tedesca un bambino di 15 mesi;si chiamava Ernst.
Era piccolo e indifeso come tutti i bambini  a quell’età. Il volto,la voce,l’odore della mamma erano il suo mondo,il suo tutto.Ma non sempre quel volto,quella voce potevano essere accanto a lui.Il suo “lavoro” era giocare e tra i vari oggetti che erano già o diventavano gioco nella sua fantasia,c’era un rocchetto legato ad un filo.Era qualcosa di più di un gioco,era un attrezzo magico.Perché tenendo in mano l’estremità del filo e lanciando lontano il rocchetto di legno,Ernst poteva tirarlo nuovamente a sé.Era un gioco di cui era totalmente padrone,la sua mano aveva il potere di allontanare e riavvicinare il rocchetto che gli tornava ubbidiente nella mano.

Il nonno di Ernst  si chiamava Sigmund Freud e osservando il nipotino aveva notato come il rocchetto appariva nelle mani del bimbo tutte le volte che la mamma si allontanava ed iniziava il gioco che si ripeteva continuamente sino al ritorno della mamma. Ernst nel lanciare il suo rocchetto al di là del lettino pronunciava sempre la stessa parola:  “fort”(laggiù) e quando lo riportava a sé con un gridolino di gioia,esclamava: “da!”(qui).*
La mamma si allontanava, andava via, chissà dove… “ fort” ( via, laggiù) gridava il piccolo Ernst ma poi lui aveva il potere, tirando il filo, di farla ritornare e la mamma era di nuovo “da” (qui), accanto a lui. Non era la mamma vera, ma era come se lo fosse, perché era il suo simbolo, qualcosa che nella fantasia del piccolo la rappresentava.
 
Ma per quale misterioso sortilegio la mamma di Ernst si era potuta trasformare per lui in un rocchetto? Sin dalla nascita lei era stata lo specchio nel quale era riflesso il mondo di Ernst. O meglio ancora era lui che non poteva percepire se stesso come “il bambino Ernst” perché continuava ad esistere solo in quanto sguardo, volto, odore di quel corpo femminile che lo aveva creato. Esisteva solo come tutt’uno, indifferenziato, con lei.
Nel mondo senza tempo e senza confini di Ernst lattante, lo spazio interno e lo spazio esterno sconfinavano e si fondevano… in un continuum  tra “soggettivo” e “oggettivo”; confondeva sé e la made, i morsi della fame che venivano dall’interno e la soddisfazione ( o la non soddisfazione) che proveniva dall’esterno. La vita in definitiva non era per lui che una gran “ confusione” dove la mamma presente era il “bene”, la mamma assente era il “male”.

In un primo tempo dunque anche lui – come ogni bambino del mondo – non sapeva distinguer il proprio corpo, la piccola mano appoggiata sul seno della madre, da ogni altra cosa nel mondo che lo circondava. Esisteva solo perché era tutt’uno con lei..
Inevitabilmente però, giorno dopo giorno, avveniva lo stacco graduale dal seno materno e l’universo aldilà di quelle tenere braccia, iniziava a lanciare messaggi suadenti, fatti di luci, colori, suoni di altri volti, altre voci che stimolavano la sua mente in evoluzione. E  lo spazio intorno, ogni giorno più affascinante, iniziava ad attirarlo irresistibilmente. Era un mondo nuovo da scoprire, penetrare, esplorare e anche se le gambe erano ancora malferme, a gattoni si poteva già tentare l’avventura.

Ma da dove poteva venire al piccolo temerario astronauta tanto coraggio e forza per voltare lo sguardo oltre il viso della mamma? Dallo sviluppo delle sue capacità mentali ma anche( e soprattutto?) dal suo mondo psichico,da quella”…inaccessibile profondità del sé,nucleo centrale dell’individuo…che diventava  un’intensa zona di luce…”,  come l’ha definita una studiosa italiana.
.
Infatti in questa “zona di luce”, nella profondità delle emozioni e degli affetti era racchiusa un’immagine di mamma-buona che come tale stava dando al piccolo Ernst la capacità di staccarsi da lei,di essere anche solo. Ed era proprio la sicurezza di essere protetto che poteva sviluppare in modo positivo questa capacità. Era giunto un momento nel quale Ernst era riuscito a costruire ,per così dire,un ponte con il mondo circostante, con  altri che non erano il sé-mamma.
   Per riuscire in questo arduo compito-distaccarsi dalla fase nebulosa,indistinta e felice della sua simbiosi con la mamma-seno , anche Ernst aveva iniziato a fare uso di “ qualcosa”che apparteneva al mondo esterno…Magari uno straccio di lana,o l’angolo di una coperta,o di un piumino,o una parola,una ninna-nanna…di importanza vitale, nel momento di andare a dormire,potente difesa contro l’angoscia del buio,del nulla.
     
Era entrato nella  sua vita, come ad un certo punto, in quella di tutti i bambini del mondo, “ l’oggetto transizionale” .                           
C’era  una mamma-buona assente che continuava ad essere presente perché il piccolo Ernst aveva appreso ad evocarla non solo  in un pezzo di tessuto(magari della mamma stessa ,con il suo odore) ma anche nel magico possesso di un rocchetto di legno,che era diventato,con una parola nuova,il  “ simbolo” del suo universo: la mamma-amore.
E’ una spirale in continua evoluzione. Più la mamma è presente con amore all’inizio della vita,più un bambino introietta il bene che da lei proviene;  più il suo mondo psichico si arricchisce, più è portato a reagire e dialogare con quanto lo circonda; più dialoga, più il suo mondo psichico si evolve stimolando la mente e così arricchisce la sua facoltà di rappresentarsi con la mente,con l’immaginazione (con il simbolo)  l’ assente. 

E’ stato così che nel lontano 1920 il piccolo nipote di Sigmund Freud ,che aveva investito in un gioco banale la magica,confusa onnipotenza delle sue prime capacità simboliche,aveva ispirato al nonno e poi via,via a tutti i grandi studiosi della psiche infantile, venuti dopo di lui (e grazie a lui) il significato del”simbolo” e dell’importanza del rapporto primario madre-bambino, alla base di tutte le modalità affettive della vita umana.

* Negli anni ’30/40 era di moda un gioco simile; c’era un rocchetto legato ad un filo che veniva lanciato ripetutamente a terra, il filo  poi si doveva riavvolgere velocemente e il rocchetto spariva nella mano.Era un gioco per bambini grandi ma anche per adulti.Si chiama ,se ben ricordo,yo-yo.Aveva avuto ,alcuni anni fa, un breve ritorno di attualità; un passatempo con una vita effimera,senza significato.Non si trattava in fin dei conti che di una banale rotellina, adesso di plastica colorata che riempiva qualche rara pausa nel caleidoscopio di tanti altri giochi e interessi.  Lo strano o meglio lo straordinario è che questo gioco era già in voga nei salotti illuministi dell’Europa del ‘700. Proveniva addirittura dalla Cina, inventato da chissàchi; un giocoliere, un saggio-filosofo...
Ci si  potrebbe chiedere se già in tempi remoti , quel gesto ripetitivo di allentare il rocchetto per poi riavvicinarlo a sè  voleva contenere un significato simbolico ,un richiamo a far rivivere qualcuno o qualcosa che si era allontanato o perduto e che si voleva far tornare a sé?...


(NASCERE – N.86 )

 

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