Confesso che sono rimasto favorevolmente sorpreso dal tema che mi è stato assegnato per dare inizio a questo nostro incontro conviviale, tenendo presente anche la possibilità che per quanto mi riguarda possa diventare l’ occasione “ultima”… quindi da non perdere.
Per una breve analisi ai ruoli che questi nostri “5” organi sensitivi svolgono nei rapporti interpersonali tra i viventi in generale, e nello specifico tra noi competenti dell’arte ostetrica e le gestanti, darei la precedenza alla vistae all’uditocome veicoli immediati per l’interpretazione degli scambi verbali che intercorrono tra noi e loro prima, durante il travaglio e il parto, e a seguire nel periodo del puerperio.
Del complesso apparato uditivo, il padiglione sembra godere del privilegio funzionale di…porgersi all’ascolto dei poveri “bisognosi” , e in effetti a me capita qualche volta di ricevere messaggi capaci di inumidirmi le pupille, mentre il più delle volte quando lo stesso slogan è pronunciato da alcuni mestieranti del “sociale”, allora provo fastidio e rabbia perché bugiardo.
Altro significato ha l’ascolto in sottofondo di motivi musicali, salvo il caso che diventi occasione per gli addetti al servizio di allungare i tempi di assenza nel rapporto diretto con le partorienti.
Per contro, il senso della vista che, attraverso lo sguardo, trasmette e interpreta la parte che le spetta nello scambio del linguaggio analogico che esprime concetti “veri” , in quanto avulsi dal controllo della mente.
Il terzo senso che svolge un ruolo importante nel nostro programma di accompagnamento affettivo alla nascita, è rappresentato dal tatto .
E’ assodato che l’intero rivestimento cutaneo del nostro corpo, derivando dallo stesso foglietto embrionale del sistema nervoso centrale, va considerato come sua appendice funzionale esterna e pertanto sensibile a vari stimoli emozionali. Personalmente e istintivamente distribuivo “carezze” a tutte le pazienti operate, specie se anziane, e alle puerpere specie quando allattavano. E le volte, in verità frequenti, che le mamme esprimevano elogi a tutto il personale delle sale parto, io frenavo l’onda emotiva che saliva sul mio viso, incitando a voce alta l’ ostetrica caco, signorina Falcetta, a trasmettere le medesime espressioni di riconoscenza a coloro, ostetriche e infermiere, che se le erano meritate.
Sorvolo sul senso dell’ odorato per ovvi motivi, per soffermarmi, invece sul senso del gusto anzi sui suoi risvolti del “piacere e del disgusto” che si addicono a tutte le sensazioni del nostro modo di agire. E se si considera che per ogni aspetto dell’agire umano esiste il suo contrario, vien da pensare a coloro che, praticando l’ostetricia in disarmonia dei sensi, creano una situazione opposta a livello di sensazioni : piacere per loro e disgusto per noi.
In tema di disgusto, un aspetto preoccupante, quasi da basire, sta nella velocità di tempo con la quale “ ora” ci stiamo trovando nello sfascio dell’Ostetricia italiana.
Ho con me fotocopie del Corriere della Sera di Milano del 20 giugno 2006 con un articolo firmato da Simona Ravizza che denuncia l’alto indice di TC in 4 grandi Istituti di maternità di Milano, dei quali 3 poli universitari. C’è infatti di che disgustarsi solo a riflettere sull’indice più alto e vergognoso della clinica Mangiagalli (37,3 % ) e a seguire il 29% di Macedonio Melloni, il 28% di Niguarda, il 26,5 % del San Paolo.
Peccato che lo stesso giornale si sia rifiutato di pubblicare un commento, vergato a caldo da Marisa Farinet, che qui di seguito pubblichiamo.
Questa triste storia, tutta e soltanto italiana, ebbe inizio già una cinquantina di anni fa ed è una storia risaputa anche da tutti voi e di cui continuo ormai da più di mezzo secolo a parlare e a scrivere . Ed oggi qui mi sto ancora interrogando, direi con sempre più acuto rammarico proporzionale all’impotenza cui mi porta la mia veneranda età, su come rimediare a questo sfascio della nostra Ostetricia.
Esistono naturalmente esempi altamente positivi, quasi tutti appartenenti a unità ospedaliere e, eccezionalmente ad una clinica universitaria; quella di Monza. Cito a proposito: l’ospedale Buzzi di Milano, quelli di Carate Brianza, di Lecco di Prato, di Vipiteno. L’esperienza di Monza, che si distingue per pari eccellenza sia in campo ostetrico che ginecologico, a mio avviso, non “deve” andare dispersa! Bisogna soltanto persuadersi che, se per la ginecologia di sala operatoria bastano intelligenza e capacità cliniche “asettiche”, per l’arte ostetrica invece ci vuole anche il coraggio dell’intelligenza emotiva. Non è una mia invenzione. Ho già citato Melville che in Moby Dick, il famoso romanzo pubblicato alla fine dell’800, affermava: “ l’Ostetricia bisognerebbe insegnarla nella stessa scuola con la scherma, il pugilato, l’equitazione e il canottaggio”. (**)
Ora concludo con una proposta: “ Noi della psicoprofilassi, fedeli al programma di tutela della donna nella sua funzione generativa”, dovremmo allertarci con tutta l’anima per far sì che il modello,ad esempio, dell’Ostetricia clinica di Monza potesse venir esteso a tutte le cliniche universitarie e ai centri ospedalieri non allineati con le raccomandazioni dell’OMS.+
E’ un desiderio difficile da tenere in petto. E la mia domanda legittima è: “ se per loro è stato possibile, perché non lo è per tutti?”.
Infine, per uscire dal tunnel della vergogna nazionale per la materia che abbiamo analizzata insieme, bisogna anche dare più spazio alle donne. Oltre alle tante colleghe che la pensano come noi, oggi disponiamo di un vivaio di Ostetriche di alto livello culturale e ormai edotte in materie sociologiche, psicologiche e filosofiche. Avranno un ruolo determinante nel nostro domani.
(**) Ferruccio Miraglia, PER UNA CULTURA DEL NASCERE, Rubettino Editore, pag.231, 2005
(*) Introduzione al SIMPOSIO SIPPO – Congresso SIGO – 1-4 Ottobre 2006 - Roma
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