Il concepimento
Un figlio si decide in due. Così dovrebbe essere, giusto? Così
è sempre stato e sarà, almeno fino a quando il progresso
scientifico non ci trasformerà tutti in tante pecore Dolly, belanti
cloni di noi stessi, e da nostalgici sdentati ricorderemo quanto bella
fosse la biodiversità e quella magica miscela di geni, imprimatur
stesso dell'amore tra due persone.
Tradizionalmente, quando si parla di mettere al mondo un bambino,
sono le future mamme a spingere di più verso questa scelta, forti
di una "propensione alla maternità" che alle donne
viene inculcata sin dai primi anni di vita. Le bambine giocano coi Cicciobello,
i bambini a fare la guerra...poi ci si lamenta di quel che faranno da
grandi ;-)
Nei futuri papà, quindi, la naturale - oserei dire genetica -
propensione alla continuazione della specie - più prosaicamente
il desiderio di avere un figlio dalla donna che si ama, passa spesso
in secondo piano, rimanendo sepolta nell'inconscio, con la complicità
di un modello di uomo che vedrebbe la sua intera esistenza realizzata
solo nel successo e nel lavoro, come un mulo che gira all'infinito legato
alla macina della produzione.
Prima o poi, fortunatamente, l'orologio biologico si risveglia, esplode
in tutta la sua vitalità e comincia incessantemente a martellare
i "mariti" sussurrando prima, gridando poi, che forse è
giunta l'ora di diventare "padri". Senza i condizionamenti
della società, questa pulsione naturale si farebbe sentire ben
più forte e ben prima, altrettanto propulsiva come nel caso del
sesso femminile.
D'altro canto, diventare padri significa, inconsciamente, entrare nel
mondo degli "adulti" e la cosa spaventa l'uomo moderno, più
preoccupato ad apparire sempre giovane e ragazzino che a mostrarsi liberamente
per quel che si è e per l'età che si ha. La società
non aiuta molto da questo punto di vista, se si tiene conto dei modelli
maschili che vengono proposti dai media e dalla pubblicità: eterni
giovani, con spider fiammante al seguito, grande appeal sulle donne,
capelli (tanti) al vento e fisici da Sbronzi di Riace (l'alcool è
un altro status symbol dell'uomo vero).
Sembrerebbe che, una volta presa la decisione di diventare padri, si
debba rinunciare a tutto questo, trasformandosi da radiosi ed aitanti
adoni in imbolsiti e sciatti omuncoli calvi sopraffatti dai pannolini
da cambiare, dai passeggini da spingere, ridotti a vere e proprie ombre
di se stessi, alle dipendenze, oltre che del proprio capoufficio, di
madre e prole che chiedono sempre di più, più denaro,
più tempo libero, più attenzioni, più vita.
Ebbene, udite udite, le cose non stanno esattamente in questi termini.
Nel corso di questi appuntamenti cercherò di convincervi che
esistono molte vie d'uscita all'abbrutimento che i vostri amici vi avevano
prospettato. Paradossalmente, l'abbrutimento si abbatterà su
di loro molto più rapidamente e con esiti ben più devastanti
di quanto avessero prospettato per voi.
È solo questione di tempo, ma la biologia si prenderà
la sua rivincita sulla pubblicità.
Si parlava di "spinta alla paternità", tanto per
sottolineare il fatto che ci sia davvero bisogno di una SPINTA per prendere
certe decisioni. Tale spinta, quando la si avverte, è bene chiarire
che è tutto tranne che razionale. Non tentate di opporre resistenza,
si tratta di un bisogno interiore di completamento, di dare forma all'amore
per la propria donna e per la vita stessa. È, in definitiva,
un bisogno di dare amore. Infatti, non occorre dimenticarsi mai che
l'amore SI MOLTIPLICA e NON SI DIVIDE per cui il figlio (o i figli)
sono la valvola naturale di sfogo di questa necessità di moltiplicare
i propri sentimenti e di trasmettere la vita.
Bene, fin qui la poesia. Poi, una volta che la decisione è
presa e che l'attesa dei primi test di gravidanza porta finalmente il
risultato sperato, il futuro papà viene messo tristemente da
parte, come se avesse esaurito il suo ruolo primario (o secondario,
a seconda dei punti di vista). Ma questo è già argomento
per una prossima puntata ...meno poetica.
Lucio Cadeddu
L’angolo del papà
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