Forti emozioni
Se l'evento nascita è contrassegnato dall'emergere di angosce
primarie nella relazione tra madre e bambino che minano l'instaurarsi
di un rapporto positivo tra i due, il padre può diventare il
contenitore di questa persecuzione prendendola su di sé e bonificando
in tal modo questo legame originario, che è il primo legame d'amore
per ogni essere umano. E' proprio dall'esperienza del parto che al futuro
padre è data anche l'occasione per rielaborare le emozioni e
le ansie che lo hanno accompagnato, più o meno consciamente,
durante la gravidanza. Se per la donna il momento della nascita è
un evento "psicosomatico" per l'uomo partorire, cioè
far nascere il proprio figlio e quindi "diventare padre",
potrà essere un evento solo "mentale". Il suo è
un "parto di testa" e quindi questa lontananza a volte si
trasforma in una difficoltà, se non in una impossibilità
a "sentirsi padre".
Esiste primariamente una sua identificazione col bambino che sta nascendo
e si traduce in un atteggiamento di euforia-ansia legato, nel travaglio,
all'attesa e, nel parto, alla visione del bambino. Sono i papà
che mostrano un comportamento che si potrebbe definire "da prime
donne" (quindi, a volte, poco ben visto dal personale dedito all'assistenza)
attirando continuamente l'attenzione su di sé, volendo sapere,
conoscere tutto ciò che accade. Al momento delle spinte controllano
soprattutto come la testina preme sul perineo e molto spesso quando
è nato il bambino la loro tensione cala, si rilassano preoccupandosi
unicamente di verificare con il personale la salute del bambino. Probabilmente
la diminuzione di ansia, che si verifica dopo la nascita, è data
dal rapporto diretto ed esterno con il figlio (ora non più solo
di "proprietà" della donna); con ciò essi confermano
il proprio potere generativo, la realizzazione concreta di avere un
bambino tutto loro e quindi di aver preso il posto del proprio padre.
La dinamica che avviene in questi casi sottolinea come questi uomini
rivivano emotivamente, attraverso l'esperienza del figlio, la loro stessa
nascita.
Comunque la più frequente identificazione che l'uomo compie
in sala parto è quella con la donna che sta partorendo. Soffre
insieme a lei durante le contrazioni del travaglio, spinge in apnea
nel parto e forse alla fine dice anche: "Abbiamo fatto una bella
bambina di 3500 grammi", che ben esplicita ciò che psichicamente
l'uomo ha vissuto. Se il corpo non lo sostiene nella possibilità
di "far nascere", la mente gli permette di sentirsi coinvolto
al punto di "poter partorire" lui stesso.
Sono i papà che in sala parto assistono e aiutano la donna
nelle spinte controllando nello stesso tempo la fuoriuscita della testina
del bambino; per questo uomini è preminente farsi carico sia
dei bisogni della donna che di quelli del figlio. A volte manifestano
e verbalizzano una situazione d'impaccio quando, dopo il parto, il bambino
viene allontanato dalla madre per essere lavato: diventa a quel punto
"spazialmente" difficile per loro contenere entrambi e si
spostano quindi dal lettino del parto alla vaschetta neonatale e viceversa.
Le identificazioni che l'uomo compie in sala parto, come strategie
comportamentali che adotta per confrontarsi con la realtà, gli
permettono non solo di rielaborare le emozioni che lo accompagnano fin
dalla gravidanza, ma anche di depersecutivizzare il rapporto tra madre
e bambino, minacciato da angosce di morte.
Ponendosi come contenitore, sostegno, punto di riferimento della persecuzione
primaria l'uomo crea quella bonificazione dello spazio neonatale, indispensabile
alla separazione positiva tra madre e figlio. Nei padri che hanno assistito
al parto c'è una maggiore capacità di entrare in rapporto
con il bambino, anche quando è molto piccolo, lo sentono subito
loro. Emerge il desiderio di guardarlo, toccarlo, tenerlo vicino a sé:
cresce l'autostima paterna. C'è la certezza che il figlio sia
loro e che il prodotto sia comune frutto di un rapporto di scambio con
la propria compagna. Questa possibilità di sentire e vivere nuove
sensazioni facilita la capacità di entrare in contatto con il
neonato, di essere permeabile alle sue esigenze lasciando libero il
"bambino" che ognuno ha dentro di sé. Questi atteggiamenti
sono la testimonianza, di un'avvenuta rielaborazione psichica del senso
di esclusione, di invidia e di gelosia presenti in gravidanza.
Diventare genitori
Non è solo nella sua presenza in sala parto che l'uomo può
prendere coscienza dei suoi vissuti e recuperare un precoce rapporto
con il figlio. Si può starne anche al di fuori, se questo è
il suo desiderio, ma con maggior consapevolezza di ciò che sta
accadendo al suo interno. Infatti, il padre si trova "fuori territorio"
da quando il parto è stato trasportato dalla casa all'ospedale;
il prezzo pagato per l'asepsi è stato spesso il blocco di quei
primi legami di cui le nuove famiglie abbisognano per il loro costituirsi.
Al di là quindi della sala parto, fondamentale deve essere
l'apertura all'uomo di tutti gli ambulatori ostetrici ed ecografici,
e soprattutto del puerperio attraverso l'esperienza del rooming-in,
in modo che il suo "sentirsi paterno" si sviluppi attraverso
il sentirsi "gravido" e poi in diretto contatto con il figlio,
finalmente padre.
Si può quindi concludere che sia l'uomo che la donna, padre
e madre poi, hanno un funzionamento psichico simile di fronte alla procreazione.
Si tratta per entrambi di uno sviluppo e di un'integrazione di processi
psico-affettivi attraverso delle "crisi" necessarie anche
per la personalità sana. L'unica differenza consiste nel fatto
che diventare madre rinvia la donna principalmente al rapporto con la
madre, mentre diventare padre riconduce l'uomo al rapporto con il padre.
Ciò che li accomuna è quel lavoro mentale che entrambi
compiono nel "diventare genitori" e che è uno dei nodi
centrali per superare la tappa della parentalità: entrambi devono
"fecondarsi", "ingravidarsi" e alla fine "partorire"
quel figlio che diventerà il loro prolungamento sul futuro.
a cura di
Dr.ssa Marisa Farinet
Vice direttrice della rivista "Nascere"
Prof. Ferruccio Miraglia
Direttore della rivista "Nascere" e presidente della S.I.P.P.O.
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