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Mi chiamavano feto

 

 

 

 

La memoria genetica è una memoria che cammina nel tempo, oserei dire che si proietta verso l'eternità. Essa ha deciso la nascita di ciò che caratterizza l'uomo in quanto uomo e ha costituito l'origine degli affetti. (Franco FORNARI)

Non so esattamente da quanti giorni, settimane sto lavorando intorno a me stesso. Si, perché, se non interferiscono fattori esterni ad influenzare il mio piccolo cantiere, mi posso considerare responsabile di ciò che sta accadendo nel mio attuale microcosmo, cioè l'utero. Intendiamoci, il mio lavoro si basa su quanto genitori, ascendenti e via dicendo mi hanno trasmesso di loro e, quindi, sono responsabile nel perfezionarmi solo a partire da circa 22 settimane di vita intra-uterina.

Ma come ha inizio la mia storia? Da quando mi chiamavano embrione e cioè da un quasi-niente o più precisamente da una cellula che conteneva le informazioni genetiche prevenienti da mamma e papà. Una cellula che poi si è sdoppiata in due e via via sempre di più in un processo incredibile di moltiplicazione, seguendo un percorso che mi è sembrato un po' magico. Perché i vari gruppi di cellule, grazie ad un loro misterioso sistema d'informazione le une con le altre, si sono suddivise vari compiti andando alcune a formare il muscolo cardiaco, altre il sistema nervoso, ecc. E nel far questo si sono mosse in modo preciso, ognuna a perfetta conoscenza del proprio destino. Questa mia permanenza dentro l'utero della mamma ha richiesto naturalmente una casa, un ambiente chiuso e protetto e anche qui ci hanno pensato altre cellule a procurarmelo.

Man mano che i giorni passavano il mio programma di partenza doveva fare i conti con una molteplicità di modifiche e adattamenti che mi provenivano dal mio serbatoio per la sopravvivenza, cioè la mamma. Il mio lavoro di sviluppo era infatti nelle sue mani; o meglio nel suo stile di vita; cosa mangia, cosa beve, se fuma; come e quanto si muove, quanto dorme, ecc. Non bisogna dimenticare che tutto quanto mi giunge attraverso cordone ombelicale e placenta (anche le sue abitudini di vita si ripercuotono nel mio stile di vita), hanno influenza nel mio lavoro di sviluppare al meglio un cuore, due polmoni, due reni, un apparato digerente, ecc. per non contare tutte le opere di finitura. Ma soprattutto il cervello.

Non so esattamente perché, ma la mia preoccupazione maggiore è proprio il cervello. Forse perché c'è in me un'intuizione (anche questa magica) che mi fa consapevole che il cervello è la mia arma segreta nell'appartenenza alla specie umana.

Per svilupparsi il mio cervello necessita di sangue fortemente ossigenato che mi giunge sempre dalla mamma, veicolato dalla placenta. La quantità di ossigeno che mi è necessaria per sviluppare gli organi del tronco e gli arti è decisamente inferiore a quella necessaria per lo sviluppo del cervello; ecco la mia preoccupazione di pompare per lui, il sangue migliore. Se ad esempio mia mamma fuma troppo, beve troppi alcolici o peggio ancora si droga - e mi mette nei guai anche sistema nervoso e polmoni - mi arriva meno ossigeno nel sangue. Unica mia risorsa in questo caso è mettere in azione dei meccanismi regolatori per mantenere, se non aumentare, quanto è necessario al cervello, riducendo la quota destinata ad altri organi; a scapito naturalmente anche della mia crescita corporea. Insomma scelgo di rallentare lo sviluppo di tutto il mio corpo per salvaguardare quello del mio cervello (il mio chiodo fisso) e del mio sistema nervoso. È una prerogativa che forse risulta anche dall'ecografia. Non sono ne bello ne proporzionato, con quella testa grossa. Ma quanto mi preme questa testa!

Sto lavorando al mio mondo psichico
Un tempo si pensava che la vita psichica avesse inizio dopo i due anni di età. Ed io a questo punto con i miei sei mesi di vita intrauterina alle spalle avrei potuto essere considerato solo un essere amorfo, navigante in un liquido limbo poco conosciuto. Ma soprattutto inanimato. Unico segnale di questa vita considerata solo vegetativa era il controllo sulle pulsazioni cardiache e qualche rara radiografia. Oggi invece la mia vita intrauterina è una bellissima avventura da raccontare. È un fatto assodato che la mia costruzione si sta compiendo tutta nei nove mesi di vita fetale; dopo la nascita ci sarà il perfezionamento e, naturalmente, lo sviluppo delle funzioni dei vari organi costruiti nel grembo materno. A parte le famose istruzioni personali genetiche dell'inizio, tutti seguiamo più o meno, lo stesso copione biologico. Ma se questo vale per le varie parti dell'organismo, non vale per la mente. Ed ecco che ritorniamo al cervello, perché la mente di ognuno costituisce una struttura a sé con un risultato irripetibile da individuo a individuo. So di aver fatto in questi mesi dei miracoli di crescita e sviluppo. Il mio cervello soprattutto sta immagazzinando informazioni che mi giungono alcune in codice dal mio sistema nervoso ma anche (e sono le più interessanti anche per la mia vita dopo) quelle che mi giungono dal mondo che mi circonda, filtrato dalla mamma e con il quale ho instaurato una serie di scambi e sto facendo continue esperienze.

Una delle cose che riesco a fare meglio è ascoltare perché in quanto a vedere non ho grandi possibilità. La penombra che mi circonda è rassicurante, a volte viene percorsa da lampi di luce. In quanto al tatto, un passatempo è toccare - anche se con risultati modesti - le pareti che mi circondano e che ormai mi sono proprio addosso: evoluzioni e capriole sono diventate pressoché impossibili. A volte non mi limito a toccare ma ci incollo anche la bocca. È un tentativo di assaggio. Ma l'esperienza che ripeto volentieri è quella del pollice in bocca e faccio anche un movimento ritmato con le labbra come se mi stessi allenando a succhiare. Cosa mai potrà immaginare (o sognare?) la mia mente in quei momenti, se non il seno che troverò nascendo.
A questo punto potrei pensare che, accanto alla mappa cromosomica del mio inizio, ci sia anche una specie di mappa a livello psichico, un'impronta genetica che mi rende presente nella mente, ancora in evoluzione, l'esistenza di una mamma-seno che, dopo la nascita, nel nutrirmi mi darà anche amore.

Aspettative di amore e scambio di messaggi
Ecco le due espressioni che mi stanno nutrendo, in questo mio ultimo percorso, la mia mente e quindi il mio mondo psichico. Sono strettamente collegate tra loro. Il venire sollecitato a rispondere ai messaggi del mondo fuori costituisce un atto d'affetto in chi me li manda.

Ho detto che so ascoltare note musicali e quando sono melodiche mi rilassano, mi fanno anche dormire; oppure altri rumori o suoni magari anche irritanti e per me senza senso. Ma soprattutto voci; con quella della mamma che mi giunge in continuazione, praticamente convivo. E infatti la riconoscerò fra tutte dopo la nascita.

Mi colpisce sempre quella del papà. Lui oltre a stuzzicarmi per farmi giocare con colpetti sul ventre della mamma, ai quali rispondo come posso con un pugno o con un piede, mi ripete con voce bassa sempre le stesse parole e dopo la nascita lo riconoscerò subito proprio per questo.

Sia il mio corpo come la mia mente sono soggetti di studi in continua evoluzione. Hanno anche scoperto con l'ecografia che quando dormo, ho dei movimenti oculari sotto le palpebre (lo chiamano sonno REM). Il che significa che sogno e stanno facendo moltissime congetture sul contenuto di questi sogni; come, ad esempio, che sono fatti con avanzi di esperienze diurne insieme a miei prodotti originari. Questa del sogno è veramente un'avventura un po' magica perché, anche se ora non ricordo nulla, pare che quello che sto sognando rimanga nel mio inconscio, cioè quella specie di cantina che mi porterò dentro per tutta la vita.

Sto in definitiva costruendomi brani di una storia fantastica che elaborerò e arricchirò dopo la nascita, patrimonio base del mio futuro mondo psichico.

 

a cura di
Dr.ssa Marisa Farinet
Vice direttrice della rivista "Nascere"
Prof. Ferruccio Miraglia
Direttore della rivista "Nascere" e presidente della S.I.P.P.O.

 

     
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