Psicologia della gravidanza
L'evoluzione sociale ha fatto sì che quelle componenti specifiche della donna che riguardano la sfera istintiva, oggi vengano sacrificate a favore della razionalizzazione che l'avvicinano maggiormente al mondo maschile, al fine di ottenere una maggiore integrazione socio-culturale. L'ambito in cui queste componenti vengono conservate è quello relativo alla funzione femminile della riproduzione. Questa realtà, spesso pone la donna di fronte a un conflitto che
deriva dal contrasto tra natura e cultura. Che cosa significa? Significa che la gravidanza e il parto per poter raggiungere il proprio scopo, costringono la donna a regredire al servizio del corpo, questo però contrasta con il processo evolutivo dell'individuo.
Fin dal momento del concepimento si verificano
nella donna una serie di cambiamenti non solo esterni, ma soprattutto
interni
È a questo riguardo che la gravidanza può essere considerata
oltre che una " fase di sviluppo", anche un'esperienza di "crisi". La
crisi alla quale ci si riferisce riguarda la prima gravidanza, in quanto
dopo aver dimostrato a sé e agli altri la capacità di
dare alla luce un bambino, questa capacità viene inclusa nella
struttura di personalità.
Lo stato di confusione che a volte si prova durante la gravidanza, la
riattivazione di dinamiche e fantasie che sono appartenute a fasi precedenti
del proprio sviluppo, una quota di "patologia fisiologica" sono tratti
che accomunano, anche se con caratteristiche diverse, la gravidanza
all'adolescenza.
Durante la pubertà l'adolescente si trova a confrontarsi con
le proprie pulsioni, che a volte si presentano con una certa intensità
e violenza, e rielaborare i conflitti ad esse connessi, per integrare
le nuove esigenze psichiche e biologiche alla struttura di personalità.
Questo processo trasformativo è accompagnato da una sorta di
confusione relativa alla propria identità, che si deve riassestare
e deve trovare un maggior senso di stabilità che determina l'impronta
sulla quale l'individuo si baserà per affrontare le successive
trasformazioni evolutive della vita. Il corpo che muta e di conseguenza
anche il proprio ruolo provoca spesso una marcata instabilità
emotiva. È questo il periodo in cui l'emotività e l'inconscio
prendono il sopravvento, dando luogo a una sorta di "malessere fisiologico"
che precede l'acquisizione di un nuovo equilibrio. È contemporaneamente
una "fase evolutiva" e una "crisi mutativa" che impone una
riorganizzazione delle esperienze precedenti.
Qualcosa di simile accade anche durante i primi mesi di gravidanza,
quando la donna deve mettere in relazione le fantasie con la realtà
del feto che cresce in lei (se prima era un desiderio, una fantasia
avere un figlio, ora è una realtà). Divenire madre presuppone
un adeguamento della propria identità nel passaggio dal ruolo
di figlia a quello di genitore. Questo processo, che inizia con la gravidanza
e prosegue con la maternità, necessita di un riassestamento di
tutte le componenti psichiche che si sono sviluppate durante le esperienze
precedenti e che hanno caratterizzato la storia della donna. Per questo
motivo la gravidanza viene definita da molti autori come un momento
di crisi e confusione, in quanto la donna si trova a dover affrontare
continui aggiustamenti che coinvolgono l'intera personalità,
al fine di poter costruire un'immagine stabile di sé come madre,
che prevede la capacità di strutturare uno spazio interno per
il bambino e per la relazione con lui. È un processo che richiede l'integrazione
di una nuova immagine di sé, attraverso nuove identificazioni,
in particolare con la propria madre.
Divenire madre comporta innanzitutto confrontarsi emotivamente con
la propria madre, a volte ponendosi nei suoi confronti in competizione
per arrivare a prenderne il posto.
La maternità sancisce la fine del ruolo esclusivo di figlia che
diviene contemporaneamente genitore e figlia. Ciò può
suscitare angosce di perdita, piuttosto che sentimenti di colpa connessi
al desiderio di sostituirsi alla propria madre spodestandola, quindi
simbolicamente uccidendola. Non dimentichiamo che l'attitudine materna,
che è rappresentata dalla capacità di dare e di rendersi
disponibile verso l'altro, dipende anche dal rapporto che si è
avuto nell'infanzia con la propria madre e dalla sua disponibilità
nei propri confronti.
Durante i mesi di gestazione, soprattutto dal momento in cui si avvertono i primi movimenti fetali, è altrettanto importante l'identificazione con il feto e, successivamente con il neonato al fine di sviluppare la capacità di accogliere il bambino attraverso una progressiva ridistribuzione degli investimenti oggettuali e narcisistici.
Ciò comporta una trasformazione del desiderio narcisistico di essere amata che subisce una metamorfosi, cioè viene trasferito dal "proprio Io" al "figlio". Questo permette la distinzione tra il desiderio di maternità e il desiderio di gravidanza. In quest'ultimo, a differenza del primo, dove prevale l'investimento sul bambino, vediamo manifestarsi soprattutto il bisogno narcisistico di provare a sé stessa che il proprio corpo funziona come quello della
madre.
Diversi sono i meccanismi a livello psichico che accompagnano la gravidanza.
Uno di questi riguarda l'orientamento verso il mondo interiore. Nonostante
la donna continui ad assolvere i compiti abituali, manca in lei una
partecipazione intima per ciò che fa. In un certo senso le energie
psichiche vengono ritirate dal mondo esterno in favore della salvaguardia
di ciò che avviene dentro di sé. Ne sono la conferma alcune
verbalizzazioni: "ho notato più dolcezza e meno aggressività,
ho scoperto che tutto sommato il lavoro che prima ritenevo importante,
ora di fatto è passato in secondo piano".
Da un punto di vista psicologico il secondo trimestre è quello
in cui la donna inizia ad avere un'immagine mentale del bambino, questo
grazie anche alla percezione dei movimenti fetali che diventano la conferma
della presenza del bambino, e ai cambiamenti visibili del corpo che
si trasforma. È attraverso l'ascolto dei movimenti del proprio bambino
e il dialogo che si instaura tra i due che si costruisce la relazione
tra madre e feto. Al riguardo, ai movimenti viene assegnata una differente
valenza affettiva: gioia, disagio, gioco o semplice attività
motorio senza scopo.
È in questo periodo che a volte nelle donne affiora il senso di responsabilità
delle eventuali ripercussioni sul feto dei propri stati d'animo e soprattutto
dello stress. Si sentono delle madri portatrici di sofferenza al bambino
in quanto legate oltre che dal rapporto fisico, anche dalla relazione
emotiva. In realtà, l'osservazione dei processi fisiologici e
della capacità da parte del feto di innescare degli adeguati
meccanismi di difesa in caso di bisogno, dimostra le potenzialità
e le risorse della placenta e del feto di adattarsi nel migliore dei
modi per affrontare i disequilibri accidentali che provengono dalla
madre sia a livello fisico che psicoemotivo durante la gravidanza.
Con l'inizio dell'ultimo trimestre, e in particolare dell'ultimo mese
di gravidanza la donna si trova di fronte a nuove modificazioni fisiologiche:
il feto aumenta di peso e di volume, le contrazioni fisiologiche si
possono accentuare, il corpo si trova a doversi adattare a nuovi cambiamenti.
Gli interrogativi riguardano: "come sarà il parto",
"come sarà il bambino, che peso avrà". Il timore
per il dolore e la capacità o meno di sopportarlo e superarlo
accompagnano quest'ultimo periodo. Nella realtà il timore del
dolore fisico e della propria capacità di poterlo affrontare,
porta in sé anche il dolore emotivo per la separazione e il concludersi
della relazione privilegiata che madre e feto hanno vissuto durante
tutti i mesi della gravidanza. L'interrogativo che spesso si sente pronunciare
dalle donne è "sarò capace di partorire?" che
nasconde in sé un'altra domanda: "sarò capace di separarmi
da questo bambino?" .
a cura della Dr.ssa
Anna Maria Barbero
Psicologa, Psicoterapeuta, Milano
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