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Prudenza nell'utilizzo di farmaci

Il fatto che le confezioni di quasi tutti i farmaci in commercio segnalino cautela nell’uso durante la gravidanza non è casuale: possono, infatti, verificarsi effetti collaterali sul feto a cui il farmaco arriva attraverso la placenta.


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Se quando decidete di cercare un bambino state seguendo una terapia prolungata, chiedete consiglio al vostro medico curante o al ginecologo che vi consiglierà su quale soluzione scegliere sulla base del tipo di farmaco, del motivo per cui lo state assumendo, delle vostre condizioni generali di salute, etc.
Considerate che la maggior parte dei farmaci viene eliminata nell’arco di 48-72 ore, vi sono però farmaci che rimangono in circolo più a lungo per esempio i retinoidi per la cura dell’acne (l’isotretinoina per può rimanere in circolo anche per un mese o addirittura l’etretinato richiede un anno di sospensione prima di poter concepire un bambino).

In termini generali, tutte le terapie farmacologiche croniche debbono essere rivalutate con l’aiuto del proprio medico curante in previsione di una gravidanza per stabilire insieme qual è la soluzione che maggiormente si adatta alle vostre specifiche esigenze. Non sempre, infatti, è possibile sospendere la terapia – per esempio nelle donne ipertese, diabetiche, affette da malattie metaboliche o da epilessia, ma la si può sostituire con altre molecole più adatte e più sicure per la salute di mamma e bambino.
In alcuni casi la soluzione migliore è aspettare alcuni mesi prima del concepimento, per esempio quando si fa ricorso al vaccino antirosolia, per evitare qualsiasi potenziale danno al feto.

 


Il periodo più delicato, in cui è consigliabile usare maggiore prudenza, è quello dei primi tre mesi, durante i quali si formano gli organi principali. Se quando non si sapeva ancora di essere incinte si è fatto uso regolare di qualche farmaco, si è state sottoposte a vaccinazioni o radiografie del bacino, è prudente metterne al corrente il proprio medico o il ginecologo.




Per disturbi noiosi, ma lievi, come nausea, vomito o stitichezza, è meglio non prendere medicinali.

È comunque utile tenere presente che la nocività dei farmaci è in gran parte legata alle alte dosi e al trattamento protratto per lunghi periodi. In questo senso anche alcune medicine di uso comune possono rivelarsi dannose durante la gravidanza. È il caso degli antidolorifici e degli antipiretici (Novalgina, Aspirina, Cemerit, Flectadol etc), innocui se presi saltuariamente e a piccole dosi, ma sconsigliabili per trattamenti prolungati.

La maggior parte degli psicofarmaci (tranquillanti, ansiolitici, antidepressivi, sonniferi) passano rapidamente la barriera placentare e possono provocare sonnolenza, alterazioni respiratorie e in alcuni casi addirittura di malformazioni. L’insonnia e l’ansia in gravidanza andrebbero quindi curate esclusivamente per via non farmacologica.




 


Anche le cosiddette medicine dolci o naturali (omeopatia, fitoterapia, etc) prescrivono farmaci che vanno comunemente assunti solo sotto stretto controllo medico.
Anche alcune tisane, se vengono consumate regolarmente, possono non essere indicate in gravidanza; quindi è sempre meglio non prendere iniziative personali soprattutto nei primi mesi, segnalando al ginecologo o al proprio medico curante se si fa uso abituale di qualche rimedio di questo genere.

 


Teratogeni sono quei farmaci in grado di provocare alterazioni allo sviluppo embrionale e fetale, causando malformazioni strutturali, funzionali, relative all’accrescimento etc. In realtà le molecole di questo genere in commercio sono pochissime e vengono utilizzate esclusivamente per un ristretto numero di persone che è informata sul relativo rischio/beneficio. Il pericolo di un’assunzione occasionale è quindi praticamente inesistente.

 

     
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