Il lettone: zona proibita
Molto spesso i moventi che ci inducono all’abitudine di tenere
con noi i bambini nel lettone sono di natura prettamente pratica o affettiva:
alcuni di noi credono, infatti, che questa sia l’unica soluzione
per farli dormire e per evitare a noi stessi di trascorrere notti insonni
o per contrastare il senso di solitudine o di sofferenza che nostro
figlio proverebbe recluso nella sua cameretta.
Domandiamoci se esistono quindi delle buone ragioni per tenere con
noi i nostri figli nel lettone? Se e fino a che punto è bene
mantenere ferrea la regola del divieto d’accesso? Come ogni divieto
assunto con intenzionalità educativa anche questo ne ha uno,
che risponde alla natura stessa dei bambini. È molto importante
che un bambino inizi a dormire subito nella sua stanza, se è
possibile fin dal suo primo giorno in casa, di ritorno dall’ospedale.
Appena nato, è bene che abbia uno spazio come persona tutto
per sé nella famiglia, quale conferma della sua individualità
e unicità riconosciuta dai genitori: un riconoscimento, che avviene
dapprima nella nostra mente e che trova una conferma concreta, nello
spazio fisico che ritagliamo per lui nell’ambiente familiare.
Stiamo parlando di un luogo separato che lo aiuti ad affrancare la sua
autonomia dalla nostra poco alla volta. Di fronte però all’assenza
di condizioni fisiche e spaziali nella casa, quali un appartamento piccolo
dove non ci sia una cameretta tutta per lui, è importante pensare
e creare una separazione fra l’ambiente in cui dormiamo noi e
nostro figlio: per esempio con l’utilizzo di un divisorio o di
un paravento fra il nostro letto e la culla, oppure sistemando il bambino,
appena fuori dalla nostra camera, in uno spazio riparato, così
da trasformarlo nella sua nicchia.
Molto spesso, però, per alcuni di noi è molto difficile
resistere al loro pianto e alle loro suppliche, che interpretiamo come
un senso di solitudine e di esclusione. Il pianto, per alcuni versi
definibile come un ricatto infantile, di fatto, il più delle
volte è suggerito dal nostro stesso comportamento e non nasce
in modo autonomo. Se la richiesta di nostro figlio diventa sempre più
insistente, è perché questa è la risposta che ha
ricevuto al suo pianto. È normale quindi nella sua mente trasformare
questa domanda in richiesta: si tratta di un’abitudine, di un
atteggiamento che si è già verificato che è bene
evitare fin dall’inizio. Inoltre, anche i sentimenti di solitudine
e di separazione, possono essere considerati piccole prove che nostro
figlio deve affrontare e superare poco alla volta per crescere e staccarsi
da noi.
È importante aiutarlo in questo percorso, consolandolo quando
piange di notte perché si sente solo, quando ha paura oppure
quando ha fatto un brutto sogno, senza cedere alla tentazione di portarlo
con noi nel lettone. Se ciò accadesse potrebbe trasformarsi in
una soluzione magica ad ogni forma di paura. Inoltre non è da
sottovalutare il fatto che il bambino fin da piccolo, ovvero nel primo
anno di vita, è estremamente ricettivo alle percezioni sensoriali
e a tutto ciò che evoca sul piano delle emozioni. Hanno sicuramente
bisogno di una vicinanza corporea che gli comunichi affetto, tenerezza,
entro però i limiti del pudore e del rispetto per l’intimità
dell’altro. Non solo, ma un motivo di turbamento per i nostri
figli è l’enorme differenza tra il suo corpo, ancora piccolo,
fragile e vulnerabile e il nostro che gli appare enorme e provoca in
lui sentimenti misti di attrazione e di paura.
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