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L’ipnosi rappresenta una terapia antichissima, le cui
origini si intrecciano con un bisogno primordiale dell’uomo:
quello di vincere la sofferenza fisica non meno che psichica.
Con il tempo, però, il suo obiettivo si è fatto
più articolato, passando dall’aspirazione a sopprimere
il sintomo-dolore alla sua tolleranza mediante una ragionata
consapevolezza.
La terapia ipnotica è stata teorizzata, nella sua
versione moderna, nell’opera di Milton Erickson. Questo
autore propone una tecnica nella quale le variabili cognitive
vengono ad assumere una importanza rilevante e permettono
di sviluppare ulteriormente competenze e abilità già
normalmente utilizzate o disponibili nell’individuo
per poter far fronte alle varie situazioni problematiche della
vita.
L’ipnositerapia parte proprio da abilità di base già disponibili per arrivare, gradatamente, ad apprendimenti più complessi come la capacità di attuare una autoipnosi specifica nelle situazioni desiderate. Il concetto ericksoniano definisce l’ipnosi come fatto non eccezionale, ma che si manifesta normalmente nella vita quotidiana: non è infatti una perdita di coscienza, ma uno stato modificato di coscienza
durante il quale la nostra attenzione è più ricettiva, pronta a ricevere dal terapeuta gli strumenti necessari al raggiungimento dell’obbiettivo, ma resta uno stato naturale. Gli effetti che si ottengono sono molto intensi, persistenti e soprattutto si realizzano in poco tempo. Quando un soggetto entra in uno stato ipnotico inizia a familiarizzare con nuovi e diversi parametri di valutazione della realtà: sperimenta la comparsa di capacità
psicologiche e fisiche inconsuete come una brillante memoria o una forza muscolare inaspettata.
I primi accenni di parti in ipnosi risalgono al 1843 (Lafontaine) quando l’ipnosi, però, era ancora avvolta da un manto di “magia” e la rimozione del sintomo era il segno del potere magico dell’ipnotista. Tra gli anni ’50 e ’60 anche in Italia venne nuovamente presa in esame la questione d ell’uso dell’ipnosi e la ripresa iniziò con l’ostetricia dove l’interesse per la psicoprofilassi cercava nuovi stimoli.
Il procedimento ipnotico all’inizio venne interpretato come un semplice mezzo per attuare uno stato globale di analgesia e far partorire durante la trance ipnotica, utilizzando così l’anestesia in ipnosi al posto dell’anestesia chimica. Gradatamente si è passati dal partorire in ipnosi al partorire mediante l’ipnosi. Con lo sviluppo della tecnica ipnotica oggi l’effetto è allargato al di là della rimozione del sintomo sino
a estendere la capacità del cambiamento in maniera globale, come avviene nella attuale preparazione al parto.
Oltre il 90% delle persone sono ipnotizzabili, e la donna gravida ha una sensibilità di solito particolarmente accentuata. Quindi la gestante è senz’altro uno dei soggetti meglio disponibili e più ricettivi al procedimento ipnotico.
Inoltre l’approfondimento della trance non è richiesto dal trattamento poiché in questo caso sarebbe limitante; si richiede invece alla paziente di collaborare attivamente alla nascita del bambino con modalità che, grazie alla preparazione, acuisce la conoscenza e il controllo del corpo piuttosto che agire sulla catalizzazione dell’attenzione verso le sensazioni dolorose.
Nella donna che partorisce il segnale di inizio di ciò che sta per avvenire è proprio il dolore. Le varie fasi del travaglio e poi del parto producono una serie di sintomi che appaiono subito evidenti e sono un rafforzamento costante del dolore e dell’ansia, un indebolimento della soglia agli stimoli nocicettivi, e un veloce ritorno ai valori di base dopo il parto. L’ansia è una turba psichica che si traduce in una sensazione di insicurezza indefinibile
e il suo stato elevato contribuisce ad acuire la percezione del dolore. Sulla percezione dolorifica agirebbero due tipi di variabili: una fisiologica che inciderebbe sulla cosiddetta “soglia” del dolore e una psicologica che influirebbe sulla “tolleranza” al dolore. Influire su tale componente psicologica consente di modulare la percezione del dolore.
Con l’ipnosi si ottiene un blocco tra la comunicazione a livello cognitivo e quella a livello biochimico, producendo una modificazione o una eliminazione delle risposte comportamentali al dolore senza provocare un’alterazione delle risposte vegetative: il soggetto è in grado di percepire lo stimolo doloroso ma non ne prova sofferenza. Utilizzando la tecnica ipnotica è possibile ottenere, oltre all’analgesia, anche l’eliminazione della paura,
della preoccupazione, dell’ansia, della tensione in genere associata a situazioni che necessitano di terapie analgesiche o anestetiche. In campo chirurgico-anestesiologico l’ipnosi aumenta la collaborazione del paziente: migliora il periodo post-operatorio aumentando la soglia del dolore, riducendo il bisogno di ipnotici, stimolando una ripresa della funzionalità polmonare, bronchiale e alimentare; facilita l’espletamento delle funzioni fisiologiche; favorisce
una deambulazione precoce; innalza il tono dell’umore. È utilizzata pertanto anche in caso di taglio cesareo e di interventi ginecologici.
Durante l’induzione ipnotica si produce nella donna
un rilassamento piacevole, una distrazione dell’attenzione,
una aspettativa ottimistica con incremento dell’autostima;
introducendo poi adeguate suggestioni per ottenere una alterazione
della percezione, il sollievo dal dolore risulterà
ancora maggiore fino a diventare totale. La mente razionale
si alleggerisce sino a liberarsi delle componenti sociali
e ansiose del dolore e si afferma, rafforzandosi, la mente
emozionale così da far emergere l’imprinting
di quelle conoscenze innate che assecondano fisiologicamente
l’espletamento del parto.
a cura della Dr.ssa M. Maisto
Psicoterapeuta esperta in ipnosi, Milano
Per informazioni: 347 2349206
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